Coffi,yuki and blablabaudelaire!

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Cacciatrici di Vetro;, (Originale, ispirata)
view post Posted on 21/1/2009, 23:57Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 2/12/2009, 00:11


Bene, bene, iniziamo questa sezione con il mio racconto migliore ;D o almeno è così a parere mio. E' la storia di cui vado fin'ora più fiera, perciò trattatemela bene ò.ò Si tratta di una storia originale, con trama ispirata a un famoso manga di Chougatsu Karino che ho iniziato a leggere, e finito anche, qualche mese fa e che mi ha colpito molto. Se non ricordo male, è da allora che è iniziata la mia mania con i vampiri xD Comunque, spero possa piacere lo stesso. Non siete per niente obbligati a commentare: potete anche solamente leggere e poi andarvene. Sarebbe comunque una gentilezza nei miei confronti. Ma lasciamo perdere. Vi lascio con la scheda e le informarzioni generali. Buona lettura! Ah, posterò due capitoli a settimana, dato che il progetto non è ancora finito.

Titolo: Cacciatrici di Vetro;
Autrice: Symphonie;
Rating: Arancione;
Genere: sovrannaturale, mistero, romantico, ecc.
Personaggi: Alice, la protagonista, e molti altri;
Note: //



CACCIATRICI DI VETRO

Prologo


D
esolazione. Morte. Rovine.
La pioggia cadeva su tutto questo, coprendone ogni dettaglio e trasformandolo in qualcosa di peggiore. Una strana ombra stava china su un ragazzo, mentre brandiva una spada. L’elsa era nera, mentre la lama argento, o almeno quello che ne riusciva a brillare, sotto un cielo coperto da nuvole grigie. Il resto era di uno strano vermiglio. Sembrava sangue.
Esso ricopriva i vestiti di tutti e due, strappati.
L’ombra assunse il volto di una giovane dagli occhi iniettati di rosso e spalancati, immobili come lei stessa, verso il volto del ragazzo, quando un fulmine attraversò il cielo con la sua linea gialla.
Una lacrima scese lungo la guancia perfetta e diafana della ragazza, che però scomparve dietro le gocce di pioggia che si stavano andando ad accumulare lungo tutto il suo viso.
Il ragazzo, ormai quasi in fin di vita, tentò di levare una mano verso il viso della ragazza, che però non sembrò accorgersene, persa in qualcosa come i suoi pensieri.
Essa tratteneva ancora la sua spada, con la quale aveva posto fine alla vita di quel ragazzo. La mano ricadde inerme dopo poco e il petto del giovane smise di alzarsi e abbassarsi. La morte era piombata su di lui, come un velo nero.
Ma prima, le sue labbra si erano mosse, quasi silenziose, e avevano mormorato qualcosa. Un nome.
La ragazza aveva sussultato, ma solo per un secondo, prima di trasformarsi di nuovo in una statua perfetta. Gli occhi però sembrarono muoversi verso qualcosa alla sua sinistra, prima di chiudersi e prima che la giovane crollasse su se stessa e andasse a sdraiarsi a terra con la schiena, svenuta.
In quel momento un altro lampo pervase il cielo e i lineamenti di quella ragazza assunsero un volto ben definito, dai lineamenti chiari e stranamente simile a quello di qualcuno.
Vagando per quella landa desolata, in punta di piedi ed evitando gli altri corpi che accerchiavano quelli della scena iniziale, mi avvicinai alla ragazza, stando attenta a non fare nessun rumore. Urtai una spada, provocando un piccolo stridio, impossibile da udire. Quando mi rivoltai però, dopo essermi assicurata che la spada rimanesse immobile, la ragazza fissava davanti a sé, con uno strano sorriso sulle labbra. Sembrava quasi che stesse ridendo per qualcosa.
In un secondo estrasse la spada dal corpo inerme del ragazzo. Un dolore atroce mi arrivò dal petto. Abbassai lo sguardo e vidi lo stesso rosso, allargarsi come una macchia lungo la mia camicia da notte bianca, trasformandola in un lago vermiglio.
Mi specchiai in quegli occhi rossi, osservando il mio viso riflesso in quegli specchi vividi. E mi accorsi di quanto il suo volto assomigliasse al mio.
Un urlo scivolò fuori dalle mie labbra, ormai esangui, e caddi a terra. I miei occhi si chiusero contro la mia volontà e un velo d’oscurità occupò il mio campo visivo. La morte stava calando lentamente anche su di me, ormai inesorabile e impossibile da fermare.

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 26/10/2009, 19:49


Amo come scrivi, Harucchàn. ♥

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 2/12/2009, 00:11


Davvero? (x Thanks a lot, Macchàn ♥

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I


M
i sollevai di scatto, tirando a me le coperte. Respirai a fatica, quasi col fiatone, mentre tastavo il petto, quasi sicura di trovare una macchia rosso vermiglio. Ma quando mi avvicinai le dita al viso, nessun colore strano solcava la mia pelle. Eppure mi era sembrato tutto così vero, come se fosse davvero accaduto, chissà quando.
Tossii, mentre mi guardavo intorno. Il mio sguardo cadde sulla sveglia, che non si trovava al suo posto, ma bensì tra le pieghe del copriletto viola. L’afferrai e cliccai sul tastino rosso, che sporgeva dalla testa dell’oggetto elettronico: le sette e dieci. Ancora presto.
Sospirai e chiusi gli occhi, contando fino a dieci. Avrei fatto meglio fino a mille, ma il tempo era poco e le cose da fare tante.
Scostai così le coperte, gettandole a destra e facendole finire a terra. Infilai le ciabatte, dopo averle cercate sotto il letto, e raggiunsi la porta della stanza. Afferrai la maniglia con tutte e due le mani, e lentamente la tirai verso il basso. La serratura scattò con un clangore metallico. Trattenni il respiro, ascoltando i rumori che la casa mi rimandò indietro: il solito russare di mio padre e il fischiettio di mia madre. Tutto a posto. Nessun pericolo. Tornai sui miei passi, aprendo la porta verso l’interno, ed uscii.
Mi trovai in corridoio, deserto e scuro, senza nessuna luce ad illuminarlo. Lo percorsi per tutta la sua minima lunghezza, fino a raggiungere una porta bianca, dal pomello argentato. Il bagno.
Aprii anche questa, ma prima di varcarne completamente la soglia, mi assicurai per l’ultima volta che nemmeno mio fratello si fosse svegliato.
Silenzio, ancora. Jamie non aveva sentito nulla. Starà sicuramente dormendo alla grande, cosa che vorrei fare anchio, pensai con un po’ d’invidia. Ma il dovere del liceo spettava ancora per qualche anno solo a me. Austin era ancora troppo piccolo. Frequentava solo la seconda elementare, anche se ne andava fiero, come un leone della sua criniera.
Accessi l’interruttore delle lampadine dello specchio e chiusi la porta. Iniziai a spogliarmi e a gettare tutto nel contenitore cilindrico blu, che serviva per i panni sporchi o smessi e pronti da lavare. Che io avrei lavato più che altro. Era l’unica faccenda domestica che mi toccava in casa. Mamma e papà pensavano a tutto il resto.
Entrai nella doccia, chiudendomi alle spalle il vetro semi trasparente, che iniziò presto ad appannarsi, così come lo specchio e tutte le altre superfici fredde della stanza.
In quel momento di tranquillità, pensai al sogno. Non era stato l’unico in tutta la mia vita ad essere così strano. Prima di lui ce ne erano stati almeno cinque. L’unico problema è che non ne capivo né il significato né il motivo. Per il primo non potevo biasimare la mia fantasia. Nemmeno il miglior scrittore del mondo avrebbe saputo trovarne uno migliore dell’aver mangiato troppo la sera prima. Per il secondo era stato un po’ più complicato. Di solito i sogni sono influenzati dalla fantasia o da esperienze vissute, ma non avevo mai visto in vita mia un film dell’orrore simile e non ricordavo di essermi trafitta da sola, dopo aver ucciso un ragazzo. Una cosa del genere così impossibile me la sarei ricordata certamente.
Anche se da un anno o più soffrivo di leggere amnesie, che mi provocavano buchi di memoria grandi anche di qualche mese. Speravo solo che non peggiorassero, o avrei finito per scordarmi persino la mia identità o il mio nome. Fortuna che ogni giorno andavo all’ospedale comunque. Almeno riuscivo in qualche modo ad essere tenuta d’occhio da qualcuno di specializzato in medicina, che avrebbe certamente notato il minimo particolare strano.
L’acqua iniziò presto a diventare fredda e capii che era meglio interrompere la trappola mortale che i miei pensieri stavano creando, contorcendosi ancora di più intorno ad enigma senza risposta, per il momento. Finii di risciacquarmi in fretta e chiusi il rubinetto della doccia. Aprii il vetro e uscii nell’aria vaporosa della stanza, che intanto aveva assunto sempre di più l’aspetto di una sauna o di un bagno turco.
Appoggiai i piedi a terra, senza curarmi di cercare le ciabatte di plastica, che come al solito si trovavano dietro l’anta di vetro opposta, che poggiava contro il muro.
Camminai lungo le piastrelle di vetro che ornavano il pavimento, senza rabbrividire. L’unica cosa che mi sembrava davvero strana di me era questa. Non sentivo mai nulla. In tutti i sensi, letteralmente. Era come se fossi nata senza percezione sensitiva. Ero stata persino da un medico, ma nemmeno quello aveva saputo rispondere ai mille dubbi dei miei genitori. Aveva solo risposto che sicuramente non era una cosa pericolosa, solo da tenere d’occhio, per evitare che arrivasse a fasi più pericolose per la mia salute cagionevole.
Aprii il rubinetto del lavandino in pietra chiara e allungai una mano verso il dentifricio e lo spazzolino. Mi lavai i denti in fretta, stando però attenta a non toccare il canino sinistro, quello che non smetteva d’infastidirmi ogni volta che tentavo di mangiare qualcosa di più duro del solito. Ogni volta mi promettevo di dirlo a mia madre, e ogni volta mi scordavo, volontariamente o involontariamente, di dirglielo. Non amavo i dentisti e mai li avrei amati.
Mi sciacquai la bocca con una sorsata d’acqua e presi ad asciugarmi i capelli con il phon. Usai anche la spazzola, sebbene non ce ne fosse bisogno. Erano talmente corti, ma non troppo, che praticamente non ve ne era bisogno. Un carrè fino alle spalle non ha bisogno di niente, se non di una bella passata di phon a testa in giù e di mano tra le ciocche delle orecchie. Così era stato il consiglio del parrucchiere di fiducia di mia madre, quando le aveva raccontato del mio esperimento fatto in casa. Ero riuscita a tagliarli senza farmi vedere da nessuno, ma poi mia madre aveva notato la cosa e si era infuriata ancora di più. Il mio sguardo spento però, durante la sua ramanzina, le aveva fatto passare la voglia di farmi andare da un professionista per una ritoccata e ora portavo i capelli in una pettinatura tutta originale, che si era anche guadagnata il titolo di più corta di tutta la scuola. Infatti nessun’altra ragazza del mio istituto li aveva più corti dell’altezza delle spalle. Un vero record personale il mio.
Tentai di fare il più in fretta possibile, così da evitare che Jamie e co. sentissero il baccano del phon e si svegliassero per dirmene quattro.
Uscii in punta di piedi dal bagno e tornai in camera, dove indossai la divisa scolastica, e tornai presto sui miei passi. Scesi le scale a due a due, trattenendo con una mano la borsa a tracolla. Giunsi in cucina e aprii il frigorifero. Un bicchiere di latte e una fetta biscottata furono la mia colazione. Non avevo tempo di altro.
Raggiunsi la porta d’ingresso e la aprii con le mie chiavi, che tenni in mano per richiuderla dopo. Infilai le scarpe e la catena per la bici e corsi lungo il vialetto che costeggiava tutto il profilo della casa, fino al marciapiede. La mia bici svettava, appoggiata ad un palo della luce fulminato, impaziente di vedermi. Vi montai sopra e iniziai a pedalare nel traffico del mattino, stando attenta ai semafori e agli automobilisti ancora mezzo addormentati e scombussolati dal triste risveglio della mattina presto.
Più volte dovetti stare attenta io stessa, al posto loro. O sarei sicuramente finita in ospedale o anche peggio.
Il semaforo divenne rosso e frenai. Mi fermai prima della linea bianca di stop e misi un piede a terra. Mentre aspettavo che diventasse verde, mi guardai intorno e vidi uno strano ragazzo attraversare la strada per raggiungere il marciapiede alla mia destra. Il mio sguardo venne prima rapito dal suo abbigliamento e poi dal suo viso, così pallido e così… particolare. Non sembrava nemmeno umano, ma soprannaturale. Ecco, questa era la parola giusta per descriverlo. Né più né meno.
All’improvviso il suo sguardo incontrò il mio e mi sembrò di essere catapultata in un altro tempo. Molto più antico. Molto più diverso, da quello in cui mi trovavo con il corpo, ma non con la mente, che vagava in secoli e secoli, insieme a quello strano sguardo magnetico.
Fu allora che vidi tutta la scena come se fosse un flash back. Un azione passata che torna dalle sabbie del tempo antico per farsi ricordare nel presente.
Vidi lo stesso ragazzo, gli stessi abiti da gentiluomo da altri tempi: un completo nero, con giacca lunga, camicia dal colletto alto, ma non trasandato o volgare, ma anzi fine; anchio cambiai. Osservai le mie mani, tenute ferme sul manubrio, che presto divenne due pezzi di stoffa di cuoio, legata intorno alle redini di un cavallo bianco, che aveva preso lentamente il posto della mia bicicletta rosso fiamma. La mia divisa prese le sembianze di uno dei costumi di scena che si usano nei film in costume per recitare tempi antichi, molto simile a quelli che mia madre indossa durante le sue recite teatrali. Le mie scarpe divennero un paio di stivali dalla punta appuntita e dal tacco alto. I miei capelli lunghe ciocche, che sfiorarono le mie guance e i miei gomiti, giù lungo la schiena. Mi sentii persa e per un momento non ricordai più chi ero…
Un clacson suonò nella tenebra delle mie palpebre, che lentamente si stavano chiudendo. Aprii di scatto gli occhi, tornando nella realtà. Fui scaraventata così nel traffico cittadino di una grande città. Un’altra volta il clacson rischiò di farmi diventare sorda. Mezza stordita mi voltai e vidi che dietro di me vi stava il muso di una porche argentata, di cui il guidatore non vedeva l’ora di farmi arrivare addosso, pur di sorpassarmi.
Ritornai a guardare il semaforo alla mia sinistra, quello dei pedoni, che era diventato rosso. Del ragazzo nemmeno l’ombra. Sembrava scomparso nel nulla, come una semplice visione dovuta al sonno trascurato della notte prima, popolata da strani incubi spettrali, come gli occhi di quel ragazzo.
Mi affrettai a risalire con il piede sul pedale e ad andare il più veloce possibile, così da recuperare la distanza che c’era tra me e le macchine che intanto mi stavano sorpassando senza riguardi.
Persino la porche mi passò a fianco, talmente poco distante, da farmi perdere quasi l’equilibrio, e riacquistando terreno sugli altri autoveicoli. Mi parve di sentire persino la voce dell’uomo con gli occhiali neri e la testa completamente rasata urlarmi contro di muovermi, dopo avermi lanciato chissà quante imprecazioni che sarebbe meglio non riportare.
Mi rimisi in pari, pedalando con il doppio di energia che le mie forze mi permettevano. Sorpassai centinaia di macchine, così da potermi sistemare ancora una volta lungo la linea di stop bianca dell’altra fermata. Davanti a me passarono a tutta velocità pullman, autobus pubblici e macchine, insieme a motorini e ad altre poche bici come la mia.
Quando il semaforo si fece verde, imboccai la curva a destra e deviai per una stradina più defilata. Del traffico ne avevo più che abbastanza. Molto meglio il solido silenzio, quasi non trascurato dall’abbaiare dei cani e dall0urlacchiare dei bambini, delle stradine chiuse che passavano per i palazzi e i condomini a più di tre piani. Era molto meglio che farsi sgridare da un automobilista impazzito.
Dopo pochi chilometri, iniziarono le stradine di campagna, per le quali non passavano altro che cinque o sei macchine. Per il resto c’ero solo io. La scuola distava solo qualche centinaio di miglia. Per questo mi ero mossa prima del solito. Non volevo ricommettere lo stesso errore di arrivare in ritardo, come il primo giorno di scuola. Quello era stato uno degli sbagli più sbagliati di tutta la mia vita, almeno fino a questo momento. Non ero riuscita a crearmi tante simpatie tra le altre ragazze della mia classe, forse anche perché i gruppi erano molto chiusi e attenti ai nuovi arrivati, di cui studiavano ogni mossa senza farsi notare. O almeno così mi aveva detto la tutor che mi era stata affidata per quei primi mesi, come miglior metodo di orientamento e apprendimento delle nuove regole e degli usi e costumi della nuova scuola. Sembravano tutti molto facili, ma tutti i professori, persino i bidelli, erano molto vigili sul regolamento scolastico e sul suo rispettamento. Per la minima cosa potevi essere spedita in punizione o dal preside. L’ultima era la cosa meno peggiore. Le aule di punizione erano peggio del carcere a vita.
Il sole iniziò a brillare sul serio, dietro le nuvole scure dell’orizzonte. Durante la notte prima aveva piovuto fino all’alba e la cosa non mi aveva aiutato molto a prendere sonno. Cosa che, avevo notato questa stessa mattina, era da evitare per non rischiare di essere investiti per colpa di un’allucinazione.
Eppure quel ragazzo, come l’incubo, mi era sembrato così reale. Persino gli altri passanti e pedoni gli stavano intorno, senza però passarvi sopra o sotto o da qualsiasi parte. In sostanza, lo vedevano.
Ma allora cosa era stato quell’attimo in cui avevo visto quelle cose. Non poteva essere stato tutto colpa del sonno…
La ruota prese un sasso e persi il controllo del manubrio. Persi anche l’equilibrio, facendo sbandare la bici ancora di più. Non sentii più il terreno sotto i piedi, così come le mani sui freni.
Caddi a terra, rimbalzando sul terreno una volta e sbattendo la testa contro qualcosa. Chiusi gli occhi istintivamente e mi protessi la faccia con le braccia, prima di urtare il suolo. Fu così che non sentii altro che il suono dello scampanellio di un sonaglio, molto simile a quello che si usa per le bici per richiamare l’attenzione dei pedoni ed evitare così di prenderli in pieno mentre si usano i marciapiedi al posto delle strade d’asfalto nero.
Anche una frenata. La terra smossa e qualcosa che viene lasciata andare ad una forte velocità, mentre ti lanci in avanti. Un rumore di passi. Sempre più vicino. E poi una voce, chiara e confortevole. Una mano mi tocca una spalla e capisco che è meglio aprire gli occhi.
In quel momento mi sembra di avere una visione del paradiso, anche se so che è del tutto impossibile. Forse è colpa della botta in testa o del bernoccolo che vi si sta formando sopra e che pulsa terribilmente sulla nuca.
Non possono esistere gli angeli, sebbene il viso dolce e ancora da bambino del mio salvatore assomigli tanto a quello di un cherubino, dipinto da qualche pittore del ‘400 italiano, soprattutto grazie all’aureola gialla e lucente che si forma dietro la massa dei suoi capelli ribelli, inspiegabilmente così chiari. Fin troppo.
<< Hei, tutto bene? >>, è stato l’angelo che ha parlato? O sono forse impazzita ancora di più? Non capisco più nulla. I miei pensieri sono confusi. Non può essere come sembra. Non può. È una cosa impossibile.
Le vertigini mi colgono nel preciso istante i cui vorrei tanto rispondergli, anche se solo con un cenno del mento o della mano. Sento i contorni delle cose sparire e i colori attenuarsi, fino a divenire opachi e sempre più scuri. Mi sento stanca, più di come dovrei, e la mia vista si appanna irrimediabilmente, oscurando la visione celeste.
Vorrei urlare no all’infinito, mentre l’immagine del cherubino lascia il posto al nero delle mie palpebre, che come in strada in mezzo al traffico, sembrano volersi chiudere senza il mio permesso. Cado così in qualcosa di molto simile ad dormiveglia, dal quale però sembra che faccia più fatica ad uscire.



II


M
ille spirali. Mille pensieri. Mille domande. Mille dubbi.
Non riesco a pensare bene. Ho un gran mal di testa che mi assilla. Non posso far altro che aspettare che mi passi e pensare a qualcos’altro. Qualcosa di molto semplice, come quell’angelo. Il mio salvatore.
Non so se sia un angelo, un demone od una persona normale, come me. So solo che mi ha salvato la vita, anche se non del tutto. La botta l’ho comunque presa e il dolore non sembra volermi lasciare.
Le mie palpebre iniziano a corrugarsi su se stesse, mentre strizzo gli occhi e li muovo sotto la pelle. Non sono ancora del tutto certa di poterli aprire. Sembra tutto complicato. E io mi sento così stupida a non tentarci nemmeno.
Qualcosa di bagnato mi tocca la fronte. È la scintilla che fa traboccare il vaso, o che per lo meno mi fa aprire gli occhi di scatto. Davanti a me compare il viso di un grosso cane. Due occhi nocciola mi osservano, curiosi. Il manto color grano mi riscalda, meglio del sole che intanto è spuntato e brilla sopra di me.
Di colpo ricordo tutto.
<< La scuola! >>, urlo. Mi alzo di scatto a sedere, facendo spaventare il cane e facendomi salire le lacrime agli occhi. Il dolore al sedere si fa insopportabile. Evidentemente non ho sbattuto solo la nuca.
La mia vista si adegua lentamente alla forte luce, che rimbalza persino sui sassi bianchi d’ardesia della stradina pur di arrivare ad infastidirmi.
Il cane mi abbaia contro, saltando e agitandosi. Tento di calmarlo, facendogli vedere per bene le mani e bisbigliandoli di stare calmo. Non vorrei infastidire nessuno. Accidenti, ma perché questo cane non vuole star zitto!, penso.
<< Forse dovresti trattarlo un po’ meglio. >> una voce mi arriva alle orecchie, calma e rassicurante. Mi scordo di tutto quello a cui stavo pensando fino a poco fa, cercando di scovare la fonte di quel suono così bello. Non può essere umano, penso ancora. E in quel momento mi viene in mente che io non ho parlato, prima. Ho solo pensato quella frase… com’è possibile che chiunque sia il proprietario di quella voce sia riuscito a rispondermi, senza nemmeno aver udito una sillaba. Possibile che abbia tirato ad indovinare ed abbia centrato il punto?
Un fruscio attira la mia attenzione. Davanti a me scorgo un’ombra, appoggiata al tronco d’un albero secolare. Le sue radici sono profonde e solcano quasi l’acqua del fiume vicino, arrivando ad uscire dal terreno.
Osservo quella strana figura. Che sia Lui il proprietario della voce?, penso. Non posso farne a meno e fisso il mio sguardo su quell’apparizione, quando si volta verso di me e i nostri occhi s’incontrano. Due occhi azzurri, i miei, che fissano due pupille dal colore completamente diverso, i suoi.
Sbatto le palpebre un paio di volte, prima di tornare a guardarlo. O a guardare il punto dove stava la sua figura. Scomparso. Non guardo altro che sabbia di fiume e rocce. Dove è andato a finire?
<< Buh! >>. Scatto in piedi, urlando quasi per lo spavento. Mi porto una mano al cuore. Batte forte, nella mia cassa toracica. A stento sento di riuscire a trattenerlo. Mi volto indietro, completamente. E lo vedo.
Una creatura impossibile da vedere normalmente. La pelle innaturalmente pallida. Gli occhi resi rossi dal contrasto con i raggi del sole. Sembra quasi che in realtà porti delle lenti a contatto per nascondere a tutti il vero colore delle sue iridi. Alto. Magro. Avvolto in un mantello nero, che sembra proteggerlo dal sole meglio di un ombrello. Un sorriso gli compare in viso, quando nota il mio sguardo sorpreso e leggermente impaurito. Il labbro superiore si alza, a scoprire i denti. Due in particolare sembrano essere più lunghi degli altri. I due canini superiori.
In quel momento un lampo improvviso mi coglie. E un pensiero prende con prepotenza il sopravvento sugli altri. Oddio, un vampiro. La frase sembra darmi la consapevolezza che cercavo prima. Come poteva essere normale un vampiro? Un essere mistico, leggendario? Possibile che in quelle storie ci fosse un fondo di verità? Eppure, i vampiri non odiano il sole? Non rifuggono il giorno per colpa sua? Forse…
<< No. Non ti sbagli. Per niente. Vuoi una prova decisiva? >>, mi chiede. La frase mi coglie alla sprovvista. Ancora una volta mi ha letto nel pensiero. Non è possibile che abbia azzeccato due volte. Oppure dal mio sguardo e dal mio viso in generale si capiscono le mie emozioni.
Un battito di ciglia. Un movimento inaspettato. E me lo ritrovo davanti. Ancora quel sorriso ironico sul viso. Cos’ha da ridere? E in quel preciso istante ne capisco il motivo. “Vuoi una prova decisiva?”. La sua frase continua a rimbalzarmi tra le pareti del cervello, che elabora in fretta il pericolo e tenta di schiodare le mie gambe da lì, inviando a tutti e due gli arti di muoversi e di correre il più lontano possibile da lì. Da quella gabbia di morte certa.
<< Vedo che hai capito cosa intendevo con l’ultima frase. Sveglia la ragazzina. >>. Dice ancora una volta, prima di inclinare leggermente la testa verso l’indietro e guardarmi il collo con una certa bramosia. Vuole il mio sangue, penso. Vuole il mio sangue e lo vuole ora e tutto. No! Urlo nella mia mente.
Mi metto a correre, senza una meta. L’unica cosa che voglio è mettermi in salvo da Lui. Da quell’angelo nero, le cui ali di tenebra sono nascoste sotto il nero mantello. Devo stargli lontano. Correre e mettere quanta più distanza posso tra i suoi denti e il mio collo. così scoperto e vulnerabile.
Qualcosa mi afferra una mano. Sento freddo, anche se Lui porta un guanto, dello stesso colore del suo cuore immobile e immortale. Strattono più che posso quell’arto di ghiaccio indistruttibile.
Dove è andato a finire l’angelo biondo di prima? La mia salvezza eterna?
<< Non ve n’è mai stato uno, ragazzina. Se ti ho salvato è stato solo per poterti usare come pranzo. >> mi sussurra, sfiorandomi l’orecchio con il naso freddo. I brividi mi percorrono la schiena. Inizio a sudare freddo, mentre sento che non ho più speranze.
La sua bocca inizia a seguire il profilo del mio mento, lasciandomi baci di fuoco sulla pelle. Arriva fino al collo, per poi fermarsi e inspirare il mio odore. Lo vedo di sottecchi chiudere gli occhi e sospirare, e poi bloccarsi.
<< Che strano… non dovrebbe essere così. >> mormora, confuso. Mi accigliò anchio, dopo la sua reazione. Cosa sarebbe strano? Cosa non dovrebbe essere così?
<< Il tuo profumo. È quasi inesistente, anche se dolciastro e invitante come quello di tutti gli altri. >> mi risponde, non lasciando però la stretta. Rabbrividisco a sentire “Come quello di tutti gli altri”, conscia che non sono la prima che vuole usare come spuntino.
<< Beh, non fa niente. In fondo del cibo è sempre cibo, anche se un po’ strano. >> finisce così la frase, prima di aprire le labbra e affondare i canini nel mio collo. E’ come se due spilli affilati mi trapassassero l’arteria. Il dolore non manca. All’improvviso sento come se le mie forze e le mie energie venissero prosciugate all’istante, insieme. Non mi sento più le gambe. Forse cado in ginocchio. Non lo so. Ma sento Lui adeguarsi alla mia posizione e inginocchiarsi a terra anche lui.
L’unica cosa che penso però, è perché nessuno se ne accorga. Perché nessuno venga ad aiutarmi. D’un tratto mi accorgo di essere sola. Di essere sola persino nella morte. Forse è stato il mio Destino a volermi far stare sola in vita e anche ora, che essa sembra abbandonarmi lentamente.
Di colpo tutto diventa nero. I miei occhi si chiudono, ma sento qualcosa cambiare, prima che le mie palpebre coprano la mia vista e m’impediscano di capire da dove viene questo scampanellio, questo rumore di sottofondo. Non sembra allegro, ma inquietante. Non è normale. Per niente.
Sento la pressione dei due corpi estranei lasciare il mio corpo. Qualcosa viene estratto e io cado a terra, come un sacco di spazzatura inutile. Lui non mi sorregge più. Qualcosa deve aver attirato la sua attenzione. Forse il suono di campanelli stesso. Fatto sta che le spirali si fanno vedere di nuovo e sono conscia di essere perduta, forse per sempre, o forse no.

Confusione. Vampiri. Confusione. Tepore. Luce.
Qualcosa di freddo mi tocca il viso, svegliandomi da una strana sensazione. Subito i miei occhi si spalancano e mordo quella cosa bianca che vedo confusamente toccarmi la fronte a ritmi alternati. Sento qualcosa di freddo e uno strano sapore in bocca. Ferro. Ruggine, quasi. Non ne sono sicura. Che sia…
<< Ahia! Hei, ma è questo il tuo ringraziamento per averti salvato? Guarda qua cosa mi hai fatto… >> una voce. Un ragazzo. forse è la sua. Un viso da ragazzo, ma uno sguardo da adulto, come se fosse cresciuto troppo in fretta. Le sopracciglia scure si corrugano, mentre si osserva la mano. Un lungo segna ne solca la pelle pallida.
<< Oddio. Scusa. Scusa. Non volevo… >> mormoro confusamente, sparando parole alla rinfusa, forse senza nemmeno un senso logico. Sono ancora mezzo rintontita da un sogno. O forse era successo tutto realmente. Mi porto la mano al collo, sopra l’arteria, dove dovrebbero esserci due segni. Due buchi. Un morso. Ma che invece non trovo.
<< Non fa niente. Sono solo il solito esagerato. È solo un morso dopotutto. Non un taglio o chissà che. Comunque, cosa stai cercando? >> mi dice, finendo la frase con uno sguardo perplesso, rivolto al mio collo. << Ti fa male anche lì? >> mi chiede, gentile.
Sorrido, cercando di non fargli notare la mia sorpresa e insieme la mia ansia per il non aver trovato nulla. Allora cosa è successo?
Mi guardo attorno e vedo una bici rossa appoggiata su di un sasso, in una posizione anomala. Mi guardo i vestiti: impolverati. Sono sdraiata sull’erba e poco più in là vi è un sasso. L’erba sembra aver dovuto sottostare ad un peso troppo grande. È schiacciata a terra.
In un lampo ricordo tutto. il manubrio che non gira più bene. La bici che perde il controllo. Il rotolamento mio e del mezzo sulla ghiaia. Il sasso e un terribile mal di testa. Eppure so che dopo è successo qualcos’altro. Qualcosa che mi avrebbe dovuto lasciare due fori sul collo.
<< Hei, base chiama… >> fa per dire, ma sembra come che non sappia continuare. << A proposito. Posso sapere il nome della ragazza che ho salvato da una possibile insolazione e da un ricovero in ospedale? >> mi chiede, aspettando una risposta sistemandosi i calzoni scuri.
<< A-Alice… e tu? >> dico, balbettando non poco sulle prime lettere del mio nome. Una domanda simile non me la sarei mai aspettata. E intanto i miei pensieri vengono distratti da qualcos’altro. Da quel ragazzo, che come sostiene di essere, è il mio salvatore. Forse, non fosse stato per lui, mi avrebbero davvero ritrovata l’indomani con un bernoccolo in testa e una grave crisi d’insolazione perenne e di disidratazione.
Chissà però quanto ho dormito…
<< Romio. Stavi andando anche tu verso la scuola? >> mi chiede, ancora. Quell’anche mi fa capire di avere davanti a me un compagno d’istituto e forse anche di classe. Sorrido. Che coincidenza. Ripenso al suo nome, tenendomelo ben bene stretto a mente. Romio. Romio. Romio. Continuo a ripetermi, per non scardarlo. Che nome strano e… originale. Assomiglia molto a “Romeo”, ma non è così. I suoi genitori devono avere una grande fantasia. Forse sarebbe meglio fargli un complimento, dato che un grazie non l’ha ancora ricevuto da me.
<< E’ davvero un bel nome. Comunque si. Stavo andando a scuola. Non dirmi che anche tu frequenti l’istituto Karazuma… >> dico, sperando in una risposta affermativa.
<< Grazie. Si, proprio quell’istituto. >> risponde, guardando l’orologio con non curanza. Forse gli sto facendo perdere tempo? Oppure lo sto annoiando?
Faccio per alzarmi. In tutti e due i casi, sarebbe comunque meglio muovermi. Devo comunque andare a scuola e comunicare il motivo del mio ritardo. Le lezioni finiscono alle cinque e il sole è ancora alto. Forse ho dormito solo qualche ora. Non devo per forza saltare tutto il giorno.
<< Potresti dirmi che ore sono? >> dico, tirandomi su completamente. Lo vedo fare la stessa cosa, dopo aver raccolto la sua borsa marrone. È a mano, con una maniglia sul sopra. Non ha come me una tracolla. Lo vedo sorpreso, ma riguadagna campo e porta subito lo sguardo sulle lancette di un piccolo Swatch argento.
<< Le 9 e 5. >> dice, calmo. Sono giusto in tempo per la presentazione da parte del preside di tutti i nuovi alunni, compresa me e Lui, e delle nuove classi, a dispetto di come pensassi.
Raggiungo la bici e vi monto sopra, dopo essermi assicurata che non abbia troppi danni e che possa ancora durare per almeno qualche chilometro. Ormai la sagoma della scuola si nota chiaramente in lontananza, sullo sfondo delle colline e dei prati verdi, nella quiete di campagna, lontana dal centro e dalla confusione.
<< Hei, aspetta. Già che ci siamo, ti accompagno. >> mi urla, raggiungendo la sua bici. La guardo bene. Blu, nuova, sospensioni ottime, per niente infangata. Osservo la mia. Rossa, nuova, sospensioni semi distrutte, completamente sporca. Chissà cosa penseranno di me?, penso. Anche la mia era nuova e guarda com’è conciata ora…
<< Andiamo? >> mi chiede ancora. Mi giro. Mi sta guardando. Inaspettatamente le mie guance iniziano a surriscaldarsi, diventando quasi rossicce. Lo sento, anche senza vederlo. Chissà cosa starà pensando anche Lui di me. Una povera ragazza, caduta dalla bici, che ha quasi rischiato di rompersi l’osso del collo per salvare chissà chi, forse qualche animale. Meglio che pensi che sia così, anziché che sia per colpa della mia guida per niente attenta alla strada.
Inizio a pedalare, seguendo la sua scia di poca polvere. Aumenta la velocità. Aumento anchio. E così mi ritrovo di nuovo a seguire qualcuno, ma forse non sono sola. Forse non questa volta.
Lo vedo girarsi di nuovo, prima d’imboccare una curva. Faccio per voltarmi anchio, ma le sue parole mi bloccano a metà dell’azione.
<< Guarda avanti. O rischierai di cadere di nuovo.>> mi urla, sovrastando così il suono delle piccole cascate che si formano quando l’acqua del fiumiciattolo vicino si tuffa sulla ghiaia del letto del corso. << E’ meglio muoversi. Qui non siamo ancora del tutto al sicuro…>> un mormorio, quasi silenzioso.
<< Come? >> chiedo, temendo di essermi persa qualcosa. Non sarebbe la prima volta. E questo dannato fiume non fa che accrescere la mia sordità.
<< Niente. Stavo solo pensando ad alta voce. >> dice, prima di voltarsi e tornare a guardare davanti a sé.
Guardo la sua schiena, perplessa, ma poi lascio perdere. Sarebbe una battaglia già persa in partenza, penso. Questo tipo mi sembra troppo riservato. Chissà che non nasconda qualche segreto.
E così sorpassiamo anche l’ultima curva. Intanto, alle nostre spalle, nascosta dietro un tronco d’albero, un’ombra si aggira furtiva, sparendo poi tra le foglie e i rami.

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to try your best in all that you're doing now.»
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xDD sono contenta che ti piaccia tanto, sebbene non sia nulla di che .__. bon, ora posto il terzo e il quarto capitolo. Ti avviso che è tutto un po' complicato in questa storia e se riprenderò a scrivere dal quattordicesimo capitolo o giù di lì, mi sa che userò un altro tono per la narrazione. Spero comunque di non deluderti çç

III


C
onfusione. Ragazzi. Ragazze. Folla.
Una massa di persone inizia a portarmi fuori dalla grande sala d’ingresso, che precede la scalinata in pietra. La bici l’ho lasciata nell’apposito parcheggio, dopo averla legata con il catenaccio. Non si sa mai.
Romio se n’è andato non appena è suonata una musichetta, proveniente dalla sua tasca. “Scusa. Il mio cellulare. A dopo… “. Queste sono state le sue parole, prima di scomparire, risucchiato da una massa di ragazze urlanti che festeggiavano il ritorno tra i banchi con urletti vari.
Sono rimasta lì a fissare il vuoto davanti a me per un paio di minuti, prima di rendermi conto che era meglio muoversi e raggiungere il giardino esterno. O almeno spero di aver capito bene. Tutte queste cose le ho apprese da internet e dal blog di una ragazza che ha due anni più di me e che va nella stessa scuola.
Dopo qualche svolta, corridoio e porte di aule vuole, la folla si è fermata davanti ad un grande tabellone bianco, dove sopra vi erano scritti in pennarello nero a punta grossa tutti i nomi degli alunni e le varie classi a cui erano stati assegnati per quell’anno.
Scorsi tutta la prima lista. Niente.
La seconda. Niente anche qui.
Ma quando inizio a scoraggiarmi e a credere di non essere stata inserita, una voce familiare mi arriva da dietro le spalle, sebbene la conosca da solo qualche minuto.
Un ragazzo dai capelli neri e ribelli mi si avvicina, sorridente. << Hei, ecco dov’eri finita. Temevo di averti perso in tutta questa confusione. Ti avevo detto di aspettarmi. Dovevo solo rispondere a mia madre. Sai com’è. Le madri sono sempre in pensiero, anche per stupidate come la scuola… >> mi dice.
Sorrido e annuisco. Non mi è mai parso di aver ricevuto l’ordine di stare ad aspettare, immobile e imbarazzata, in mezzo ad una folla urlante. Ma non voglio battibeccare con la prima persona che incontro di questa scuola e che mi ha rivolto la parola, senza che qualcun altro glielo chiedesse.
<< Scusa. Non avevo capito bene. Comunque, vedi per caso il mio nome? Queste liste sono lunghissime… >> dico, cercando di nuovo.
<< Non fa niente. Va bene lo stesso. L’importante è che sei qua. Allora… il tuo nome. Vediamo… >> lo sento farsi curioso, mentre osserva la tabella. Scorre anche lui con lo sguardo. Tento di fissare la mia attenzione sull’inchiostro nero, ma vengo distratta dai suoi occhi, che seguono attenti. Verde acqua. Una bellissima via di mezzo tra azzurro e verde.
Ne rimango incantata, ma ben presto sono costretta a smettere. Sembra che se ne sia accorto, perché si è girato di scatto verso di me. Sono arrossita ancora, terribilmente. In questo momento non vorrei altro che essere sotterrata viva, chissà quanti metri sotto la superficie del terreno. Che vergogna!, vorrei urlare, ma mi trattengo.
Lo vedo fissarmi per qualche secondo, prima di scuotere la testa e tornare a fissare la tabella. Sospiro, vedendo che la sua attenzione non è più fissata su di me. D’un tratto lo vedo sorridere e girarsi verso di me un’altra volta. Speriamo che non chieda nulla, speriamo che non chieda nulla. Continuo questa filastrocca nella mia testa, girandomi però verso di lui.
D’un tratto le sue mani mi girano la testa, facendomela tornare come prima. Non so cosa voglia fare, ma so di per certo di essere arrossita. Oddio! E adesso che farà? Mi chiedo, in preda all’imbarazzo.
<< Trovato! >> urla, attirando l’attenzione di non pochi sguardi curiosi. Rimango perplessa.
<< Cosa? >> chiedo, sperando di non fare la figura della stupida.
<< Il tuo nome. Alice Berghet, vero? >> mi chiede, indicandomi un punto nero, dove si articolano un insieme di lettere. Come ha fatto a sapere il mio nome, senza che glielo dicessi?
<< Ah, ma come… >> faccio per dire, ma mi blocca, rispondendomi.
<< Sei l’unica con questo nome. >> mi sorride. Sorrido anchio, rossa come un peperone.
Penso a quello che mi ha appena detto e non posso che chiedermi: sono davvero l’unica Alice dell’istituto?
La cosa non sarebbe molto felice, anche perché chissà cosa andrebbero a pensare gli altri miei compagni. Magari che è un nome strano. Originale. Non so.
<< Grazie per l’aiuto. Ah, c’è anche il tuo. Siamo nella stessa classe. Romio…>> e vorrei leggere il suo cognome. Mi sforzo, assottigliando la vista e corrugando le sopracciglia, ma prima che i miei occhi si possano abituare al carattere ridotto delle lettere, Romio mi gira verso di lui.
<< Davvero? Saremo in classe insieme. >>. Il suo sguardo cade sulla mia borsa. << Aspetta, lascia che ti porti la borsa. Sembra pesante e tu sei appena caduta dalla bici, battendo la testa. Sei, come dire… in degenza per il momento. Perciò dammi qua. >> e senza nemmeno aspettare un mio cenno o almeno il mio permesso, mi sfila la borsa dall’alto, facendo passare la cinghia per la mia testa.
Vorrei fermarlo, ma ormai ha già fatto. <<non ce ne era bisogno… >> dico.
<< Non fa niente. Andiamo, le lezioni stanno per cominciare. >> mi dice, prima che possa ribattere.
<< Posso fare anche da sola. E poi non ho letto in che classe siamo… >> dico, ricordandomi di non averci fatto caso.
Mi prende per mano, prima che possa ribattere ancora, e mi trascina fuori dalla calca di studenti ancora intenti a leggere i loro nomi su quella tabella bianca d’acciaio. Divento rossa. Il contatto della sua pelle calda, con la mia fredda, mi fa venire i brividi. Mi sento come se stessi a più di mille metri da terra, come se stessi su un aereo o in cielo. come se stessi volando, leggera come l’aria.
Non ho mai provato queste sensazioni. Che cosa sono? Alice, che cosa hai?
<< Non ti preoccupare. Ho letto io per tutti e due. Prima classe. Sezione D. è un po’ lontana da questa parte della scuola, ma forse se aumentiamo il passo riusciremo ad arrivare prima del professore. >> mi dice, girandosi verso di me e sorridendo.
Annuisco e faccio un mezzo sorriso, sperando che non sembri una mezza smorfia, come di solito invece mi vengono. Capisco che quello era anche come un ordine a aumento il passo, seguendo il suo. Inconfondibile fra tanti.
Ho però come la sensazione che Romio voglia nascondermi qualcosa…

Percorriamo il corridoio e iniziamo a salire una serie di rampe di scale. Quando arriveremo?
<< Manca poco? >> chiedo per l’ennesima volta. Sembra come che il tempo si sia fermato. E i piedi iniziano a farmi male.
Si gira, sorridendo ancora. È davvero felice di continuare a girare intorno, per queste scale a chiocciola? Vorrei davvero leggergli nel pensiero per riuscire a capire quello che la mia mente non vede. Chissà che un giorno, dopo tanto tempo, riesca a farlo.
<< Siamo arrivati. Ancora due scalini. >> mi risponde, voltandosi e prendendo di nuovo a salire. Dopo una svolta le sue parole si avverano e davanti a noi compare il corridoio delle classi prime, quelle composte dai nuovi alunni. Dai nuovi arrivati. Dai novellini. Da altri ragazzi come me e Lui.
Scorriamo con lo sguardo, velocemente, le porte delle classi già tutte chiuse. Oddio, è la prima settimana di scuola e già sono in ritardo.
Finalmente la troviamo. Aula 1° D.
La raggiungiamo, affrettandoci ad aprire la porta. Una serie di sguardi m’investono, facendomi abbassare lo sguardo per la troppa intensità. Ma perché devo sempre fare figuracce che richiamano l’attenzione di altri? Perché non posso guardare qualcos’altro, come ad esempio fuori dalla finestra?
Che patetica che sono, penso nello stesso momento. Mi auto commisero.
Romio sorride invece, catapultando tutti gli sguardi femminili su di lui. In questo momento mi accorgo davvero di quanto effetto possa fare un ragazzo su altre ragazze come me. Sono felice di non essere l’unica.
Mi volto verso la cattedra. Il professore ci osserva. Un uomo giovane, sui trenta. Capelli biondi. Occhi neri. Non è un brutto uomo. Ma non è il mio tipo. In fondo, ho solo 14 anni e mezzo. Non sono come altre mie coetanee che vanno dietro ai maggiorenni.
Il professore tossisce, attirando anche l’attenzione di Romio, dapprima presa dallo sguardo malizioso di una bionda in seconda fila, che sembra volerselo mangiare con gli occhi. Già la odio e nemmeno la conosco.
<< Ragazzi? Potete andare a sedervi. Per questa volta chiuderò un occhio. Ma non si dovrò ripetere. >> e ci liquida con un gesto della mano.
Mi volto verso i banchi. Solo due liberi. Uno vicino ad una ragazzina tutta vestita di nero, dallo sguardo un po’ strano, e uno vicino ad ragazzo dai capelli rossicci e gli occhi anch’essi neri. Assomiglia a qualcuno di familiare.
Scuoto la testa, pensando di essermi sbagliata. Eppure, mentre mi dirigo verso l’ultima fila, incontro più volte il suo sguardo. Uno sguardo malevolo, d’odio. Rabbrividisco. Se una persona potesse uccidere con il solo sguardo, adesso sarei già stata sotterrata almeno quattro volte.
Cosa gli avrò mai fatto?
<< Alice? >> una voce acuta, ma non stridula, attira la mia attenzione. La ragazza strana. Mi sta sorridendo. Ha una pettinatura alquanto originale. Sembra una di quelle modelle che si fanno chiamare Scene Queen, ma non sono abbastanza sicura sulla definizione. Magra, non troppo alta. Capelli lunghi e castano chiaro, occhi nocciola. Sembra simpatica, anche solo per il fatto che mi ha rivolto la parola per prima. Io non ce l’avrei mai fatta. E per questo l’ammiro almeno un po’.
<< Ehm, si? >> dico, un po’ timidamente. Che cosa potrebbe volere da me? Intanto, cerco senza farmi notare di vedere dove è andato Romio. Sta chiacchierando con la biondina. Nella mia mente ringhio, letteralmente, e guardo in cagnesco la ragazza che sta mettendo gli occhi su di Lui. Nei miei pensieri inizia a farsi largo la voglia di ucciderla. Ma nel momento stesso, sento uno sguardo misterioso. Mi volto leggermente e vedo sempre Lui, lo strano ragazzo che mi odia senza motivo, sorridermi, ma solo di poco. Sembra essersi tranquillizzato, anche se non so come mai proprio ora.

<< Se vuoi, il posto accanto al mio è libero. >> la ragazza strana re attira la mia attenzione su di lei. Cerco di riconnettere in tempo il cervello per capire le sue parole. Vuole davvero che mi sieda accanto a lei? Una cosa del genere non mi era mai accaduta.
Il suo viso perde ben presto la gioia che poco prima mi aveva mostrato con tanta loquacità. <<m-ma se non vuoi, puoi anche non farlo. Non sei obbligata…>> continua, balbettando un po’. Forse l’ho messa in contropiede. Sarà forse stata la mia faccia perplessa?
<< No, va bene. E’ solo che… non me l’aspettavo. >> confesso, a bassa voce per non farmi sentire dagli altri. Mi tocco la punta del naso, passando il dito dall’alto verso il basso, per tutta la sua lunghezza. Un tic che ho da quando sono piccola, come la strana collana che porto sempre al collo, fuori dal colletto della camicia di ogni vestito. È un portafortuna, o qualcosa del genere, ma comunque ora questo non centra.
<< Oh. Beh, non mi sono ancora presentata. Sono Emy, Emy Cartright. >> dice, ritornando a sorridere. Sorrido anchio, sedendomi e appoggiando lo zaino a terra con un tonfo secco.
Intanto il mio sguardo cade più volte su Romio e la biondina, mentre Emy si mette a leggere un libro, che ha estratto da sotto il banco. “Raccolte di poesie di Emily Dickinson”, vi è scritto sulla copertina rilegata in marroncino.
<< Scusa Emy, ma chi è quella? >> le chiedo, continuando a guardare in quella direzione e indicandogliela con un cenno svelto della mano. Lei sembra capire al volo e annuisce.
<< Ashley Green. La pettegola della classe e credo anche di tutto l’edificio. Invece, sapresti dirmi chi è il ragazzo che le sta parlando? Quello alto con i capelli neri… >> mi dice, descrivendomi Lui. La fermo prima che continui. Ho capito chi è.
<< Romio… >> mi fermo, non sapendo quale sia il suo cognome. Dovrò chiederglielo prima o poi, senno le prossime volte che qualcun altro mi chiederà “Ma chi è quel ragazzo…” io non saprò rispondere altro che “Romio, naturalmente.”. << Romio. >> ripeto.
Lei mi guarda dapprima confusa, ma poi alza le spalle e si rimette a leggere.
Intanto, nella mia mente iniziano a formarsi strane idee, tutte incentrate su un piano per scoprire quale sia il suo cognome. Mi puzza un po’ di bruciato questa storia. Io il mio gliel’ho detto.
Oddio Alice. Sembri una vecchia puntigliosa. La mia vocina interiore compare dal nulla per mostrarmi solo la verità. Il fatto è che ti stai prendendo una cotta per Lui. E non solo, è anche bella grossa. Non è vero, ribatto. Non mi piace nemmeno. Un’occhiataccia del disegnino del fumetto della mia coscienza mi fa tornare indietro. Ok, forse solo un po’. Ma non per questo mi piace in “quel” senso. E qui finisce il monologo da matti con la mia mente. A volte mi chiedo se sia normale fare conversazioni di questo genere…
Il professore ritorna in classe, dopo essere uscito pochi minuti prima con la scusa del “Devo prendere un registratore. Intanto iniziate a leggere da pag. 4.” Inizia a fare l’appello e dopo poco fa i nomi degli interrogati. Comprensione delle pagine lette sarebbe il titolo di questa.
Incrocio le dita, ma si ferma prima del mio cognome. Posso sospirare di sollievo.
Torno un po’ indietro con la sedia, riuscendo così a sistemarmi per bene con la testa tra le braccia, sul banco. Con la matita inizio a scarabocchiare su un foglio, aspettando che questa ora termini e che l’ora del discorso del preside arrivi presto.
Il suono della graffite appuntita che gratta leggermente contro la carta a quadretti del mio quaderno, sembra quasi una litania. Una ninnananna. E lentamente i miei occhi si chiudono. La mia coscienza lascia la realtà, facendomi chiudere gli occhi dietro il libro della materia messo in verticale come paravento, o per meglio dire “para occhiate del prof.”. intanto però, la mia mano non smette di muoversi, disegnando frenetica.
E cado nel mondo dei sogni, o per meglio dire degli incubi.




IV


O
scurità. Buio. Tenebra.
Tutti aggettivi molto simili, ma uguali nel non riuscire a descrivere il colore nullo che i miei occhi vedono, o che per meglio dire non vedono. È come se, ovunque mi trovi, nessun colore sia mai esistito. Come se io non esista. Non vedo nemmeno il contorno delle mie mani, che tento freneticamente di muovere davanti ai miei occhi. È come se nemmeno la luce riuscisse a filtrare, perché la luce da vita ai colori, persino a quelli più scuri, ma qui, ne sono più che certa, di luce non ve n’è traccia.
Uno scampanellio. Lontano.
Brancolo nel buio, attirata da quel suono. Inizio a camminare, senza sapere la direzione che imbocco. Se c’è un suono, c’è anche qualcuno che lo produce. E forse Lui o Lei potranno aiutarmi ad uscire da questo incubo. Non ne posso più di tutto questo nero. Rischierò d’impazzire.
Lo scampanellio si fa più distante. Sparso nello spazio intorno a me.
Cerco con le mani di tastare l’aria. Nessun muro. Nessuna barriera. Dove mi trovo?
<< Hei! >> urlo più volte. << C’è qualcuno? >>, sperando che mi sentano. Che mi vengano ad aprire. I proprietari dei campanelli, perché ora sono due i suoni.
D’improvviso, una risata. Grave. Malevola. Sadica.
Rabbrividisco. Aiuto, sussurro nella mia mente.
<< Aiuto… >> sussurro nella realtà. A poco a poco la mia voce sale di ottave e diventa più forte, fino a comporre un urlo di rabbia, misto a paura. << Aiuto! >>.
Risate. Ripetute all’infinito. O forse è un eco? Dove mi trovo?
Un fruscio alle mie spalle. Mi volto.
<< Ehi. Mi senti o vuoi continuare con questo gioco? Dove sono? >> chiedo, ormai esasperata da questi giochetti futili. I miei nervi iniziano a lasciarsi andare, tramutandosi in rabbia cieca.
<< Ma sei Qui. Dove vorresti essere? >> la risata prende la forma di una voce, lentamente. Mi sembra familiare…
<< Chi sei? >> chiedo, al buio. Alle tenebre. Alla paura che sta prendendo la forma di quella risata. Di quella voce. Di quello scampanellio.
Qualcosa mi tocca la spalla. Freddo. Molto freddo. Inizio a tremare. Tento di scaldarmi, strofinando le mani lungo le braccia e le spalle. Dove mi trovo?
Mi volto da tutte le parti. I miei occhi guardano intorno a me. Continuo a girare in tondo.
Poi due occhi, d’un rosso indescrivibile, appaiono davanti a me. Se ci sono degli occhi, c’è anche un viso. E questo vuol dire che qui c’è qualcuno.
Mi avvicino e gli occhi scompaiono. Divento disperata.
<< Ti prego. Vieni fuori! >> urlo. L’eco della mia voce si ripete più volte. Dove mi trovo?
Gli occhi ricompaiono, più vicini di prima. Ed ecco che qualcuno si trova di fronte a me. Mi avvicino, cauta. Non voglio fare movimenti bruschi, che potrebbero spaventare questo strano tizio. Forse anche lui si trova, come me, in questo posto contro la sua volontà…
<< Ti sbagli. Io. Sono. Qui. Per. Te. >> le sue parole mi arrivano frazionate, coperte quasi del tutto da uno strano fischio. Acuto. Insistente.
Mi tappo le orecchie con le mani, ma invano. Il suono periste. Dove sono?
Due mani mi afferrano saldamente per le spalle. Gli occhi sono davanti a me. Due fari nell’oscurità. Guardami negli occhi. Da brava. E io non posso farne a meno. E vengo rapita da quegli specchi, che iniziano a ruotare. A far apparire immagini dal niente.
Sangue. Stragi. Una ragazza. Un ragazzo. Un amore. Due razze. Un odio. Una battaglia. Una morte. Una caduta. Un ritorno.
Troppo. Troppo per la mia mente.
<< Basta! >> urlo, coprendomi le orecchie. Indietreggio e scanso con forza quella presa. << Basta! Smettila! Non voglio più vedere. Non voglio più sentire! >> continuo. Chiudo gli occhi. Mi stacco il più possibile da Lui. Le immagini continuano lo stesso. Nella mia mente.
Urla. Un volto. Familiare. Molto simile al mio. Ancora sangue. Due occhi rosso vermiglio. Io.
Non posso più sopportare. Non voglio più vedere. Non voglio credere di essere io. Non voglio credere a nulla. Anche perché non capisco più nulla.
Cado in ginocchio. Sulle lastre di pietra fredda. Il dolore non lo sento nemmeno. Non vi bado.
<< Basta. >> mormoro. << Basta… >> sussurro. E non sento più niente.
La risata termina. Così come le immagini. I suoni. Le grida.
<< Non puoi più fuggire al tuo Destino. Non puoi sfuggire a quello che hai fatto. Non puoi scordare per davvero. Tutto prima o poi viene a galla. >> un mormorio. Parole biascicate. Non complete. Non comprese.
E tutto diventa bianco. Luminoso. Candido. Puro. Immacolato. E perdo me stessa.
Luce. Oscurità. Frazioni di bianco e nero. E l’unica domanda che mi assilla: cosa è accaduto?
Apro gli occhi, lentamente. La superficie di un banco è la prima cosa che vedo. Poi le spalle di una ragazza. E dietro di lei il viso del professore, che mi guarda. D’un tratto mi accorgo di essere stata beccata in flagrante.
<< Alice, tutto bene? >> mi chiede, un po’ preoccupato. Annuisco, facendo di si anche con la bocca. E mi rimetto a sedere diritta, a braccia conserte.
<< Sicura? Se non ti senti bene, puoi anche andarti a sdraiare… >> continua.
<< Nono. Davvero, sto bene. >> dico, sorridendo. Spero solo che mia madre non gli abbia detto nulla. Sarebbe imbarazzante la cosa.
Rivolgo il mio sguardo alle pagine del libro, leggermente spiegazzate e rovinate. Incontro lo sguardo di Emy. Sembra che mi voglia dire qualcosa. E con un cenno del mento indica alla mia sinistra. Mi volto e incontro lo sguardo del ragazzo strano. È seduto accanto alla finestra. Con una mano ticchetta sul banco. L’altra è stretta invece in un pugno, sulla gamba. Romio gli è accanto, che sorride felice e ascolta la lezione, come farebbe chiunque altro. Al contrario di me e Lui.
Il suono della campanella mi distrae e sussulto. Rimetto le mie cose a posto, badando di non dimenticare nulla sotto il banco e mi alzo. Infilo la porta e mi trovo in un corridoio pieno di studenti, che si dirigono veloci alle altre lezioni. Cammino affianco ad Emy.
C’è un silenzio imbarazzante, ma preferisco così. Devo pensare. C’è qualcosa che mi assilla. È come se avessi dimenticato qualcosa e non me lo ricordassi, anche dopo diversi trastulli mentali.
<< Alice? >> la voce di Emy mi fa voltare verso di lei. La guardo. Mi guarda. Sorride.
<< Lo conosci? >> chiede. Non capisco. Di chi sta parlando. Forse…
Legge la sorpresa e la perplessità nei miei occhi e tenta di spiegare meglio.
<< Lui… il ragazzo che sta vicino a Romio… >> mi dice, facendo una mezza smorfia. La guardo ancora. Mi sta chiedendo del ragazzo con le occhiate di fuoco, che se potessero mi ridurrebbero a cenere? Se è lui. No.
<< No. Perché? >> chiedo. Ora è lei ad essere perplessa.
<< Beh… l’ho visto guardarti strano tutto il tempo, soprattutto quando stavi con Romio. O lo guardavi… e allora ho pensato che lo conoscessi… >> spiega, restando poi in silenzio. I nostri passi si sentono sul pavimento. Pochi sono rimasti ancora in giro. Tentiamo di muoverci per non arrivare in ritardo all’ora di storia.
<< Emy? Tu sai chi è, invece? >> chiedo, cercando di non far trapelare la mia curiosità. Devo saperlo.
<< Lui? Si chiama Jake. Jake Vegas. È nuovo anche lui della città, come te. Si è trasferito da poco. All’in circa qualche mese prima che tu arrivassi a Coven. >> dice. Come fa a sapere che sono qui da poco, che non vivo in città da molto, che sono arrivata quest’estate?
<< Come fai a saperlo? >>. La guardo. Mi guarda. Ride. Torna seria.
<< Mio padre è il capo della polizia. Tutto ciò che so lo vengo a scoprire da lui e dalle sue telefonate. Adoro spiare la frequenza della polizia, così come il loro telefono. Ho sentito che stavano parlando del padre di Jake. È il nuovo neurochirurgo e patologo del sangue dell’ospedale in centro. Si dice che abbia lavorato per gli ospedale più famosi. Prima abitavano a Seattle. >> dice, sorridendo. Sa un sacco di cose. E io niente. Credo che stare con lei mi gioverà almeno un po’ per la materia pettegolezzi e curiosità, insieme a segreti e cose inspiegabili.
<< Che cambiamento… dalla fredda e umida Seattle, alla fresca e mite Coven. >> dico, ridendo per un secondo fra me. La voce acuta e cristallina di Emy l’accompagna per tutto il percorso fino alla nostra aula.
Quando entriamo, il professore non è ancora arrivato.
Sospiro di gioia e vado a sedermi nella fila in fondo. Emy mi segue. Ci sediamo l’una vicino alla’altra e ognuna si perde per conto suo, l’una e l’altra nei propri pensieri. Non bado alla porta che si apre. Né a chi entra, ma quando alzo lo sguardo per prendere una matita dall’astuccio, ecco che due occhi verde acqua attirano la mia attenzione. A fargli compagnia vi è Ashley, che lo tiene a braccetto. Lui non sembra curarsi del mio sguardo, se non quando si siede davanti a me. Mi sorride. Gli sorrido. Sembra più una smorfia il mio, ma non posso farci niente.
<< Alice, tutto bene? >> mi chiede, perdendo un po’ di felicità. “Certo che non, Romio! Ti ho appena vista fra le braccia di quella serpe… e tu mi chiedi se va tutto bene? Certo che no!”, penso.
<< Una meraviglia. >> e prendo il libro. Lo uso come barriera fra noi due. Non voglio guardarlo o rischierei di fare qualcosa d’insensato e stupido per lo meno. Preferisco immergermi nella lettura di un libro di storia che parla delle seconda guerra mondiale. Molto meglio.
Vedo il profilo della sua nuca girarsi, dopo aver guardato per due secondi la copertina del suo stesso libro. Lo prende anche lui e mi ritrovo a pensare che in un certo senso lo sto leggendo insieme a lui.
Che roba! Sto diventando matta.

* * *

Due ore di lezione dopo la campanella suona. Finalmente. Non ne potevo più di attacchi. Sangue. Morti innocenti. Capi di stato egoisti…
Il mio cervello voleva una pausa. Raccolsi di nuovo tutto e m’incamminai verso la porta. Era la pausa pranzo e volevo arrivare prima per poter arraffare quanto più cibo buono in tempo. E non avevo granché voglia di rischiare di raccontare i miei pensieri ad Emy. Era fin troppo perspicace. Con lei, d’ora in poi, avrei dovuto fare attenzione. Non le sfuggiva mai niente.
Una mano mi afferrò il polso e mi costrinse a voltarmi.
<< Hei, non mi aspetti? >> mi dice Lui. Un sorriso. Timido. Sincero. E casco nella sua trappola. Arrossisco leggermente, mentre mi prende la mano e mi tira in mezzo alla folla. Non vuole perdermi e la sua stretta si fa più irremovibile quando giungiamo davanti alle porte di ferro argentato.
Quando si apre, un insieme di mille voci m’investe. Tutti che parlano nello stesso momento. Nessuno che sta in silenzio. Tutti insieme ai propri amici. Sorridenti. Felici. Forse un po’ falsi.
Ci avviciniamo al tavolo del self service. Una signora paffuta e con i capelli raccolti in una cuffia di rete ci chiede cosa vogliamo e Romio inizia a parlare. Un insieme di parole. Intanto mi perdo nei miei pensieri. E incontro lo sguardo di Jake, dall’altra parte della sala. Come al solito mi odia. Lo vedo dai suoi occhi neri. I capelli biondi sono come al solito spettinati, con alcuni ciuffi che gli ricadono sulla fronte e sul viso perfetti. Pallido come sempre. Serio per tutto il tempo.
È il mio turno e prendo solo una fetta di pizza e una lattina di coca cola. Oggi non sono in vena di mangiare cose normali. Molto meglio imbottirsi di cose non proprio genuine, ma buone. E io adoro la pizza.
C’incamminiamo verso un tavolo. Ancora con le mani attaccate. Non me l’ha lasciata un secondo. Come mai tutto d’un tratto sta con me e non con Ashley? Forse hanno litigato?
Ci sediamo vicino alle finestre. Io di fronte a lui. Lui di fronte a me. Mi sorride. Gli sorrido. E iniziamo a mangiare tranquillamente. Una domanda mi viene in mente, mentre tento di mangiare un boccone, senza che la mozzarella coli giù, come il brodo, lungo la mia camicia.
<< Non ti sei ancora stufato di me? >> e in attimo, quando Lui alza lo sguardo, capisco di aver espresso il pensiero ad alta voce.
<< Cosa? >> mi chiede, confuso. Il boccone mi sta cadendo di mano, ma per fortuna non lo mollo del tutto. arrossisco terribilmente e le mie palpebre si allargano sempre più, fino a farmi sembrare ad una scimmia di cui avevo letto una volta su un giornale scientifico.
Oddio! Fa che un meteorite colpisca la scuola. Te ne prego. Chiedo a qualunque dio esista. Vorrei essere sotto terra. Chiusa in una bara da chiodi di ferro resistente all’umidità e alla ruggine, in grado di non sbriciolarsi dopo due anni, il tempo per il quale spero lui riesca a dimenticare del tutto questa frase.
Ed ecco che il mio ottimismo fa arrivare in mensa la persona che meno vorrei avere sottocchio, ma che forse mi ha salvato la vita almeno una volta.
Ashley arriva ancheggiando visibilmente e si siede accanto a Romio, tempestandolo con due bacini sulla guancia. Il rossetto color pesca rimane incollato alla sua pelle, mentre le sue labbra no. Sorridono e mi guardano. Dopo qualche secondo distoglie lo sguardo e fa come se non esistessi. Come se non fossi con lei, seduta allo stesso tavolo.
Ho finito di mangiare. Bevo un ultimo sorso di coca cola e mi alzo. Il vassoio in mano. Cerco di fare più rumore possibile, così che i due piccioncini possano accorgersi di me dopo tanto tempo che hanno continuato a fissarsi negli occhi.
<< Ci vediamo dopo. >> dico, leggermente stufata della scenetta. E Romio sembra finalmente ricordarsi di me. Vorrei incrociare le braccia, ma non posso. O il vassoio cadrebbe a terra.
<< Dove vai? >> chiede. “Non sono affari tuoi! Pensa a tubare con la tua piccola colomba”. Questo è quello che vorrei dirgli, ma mi limito ad accorciare la cosa deviando su un compito in classe e sul bisogno immediato di un consulto di un libro della biblioteca.
<< Ah, ok. A dopo allora. >> e si rituffa nella conversazione.
Sbuffo. E butto tutto nel cestino. Poggio il vassoio su un trasportino ed esco.
L’aria fredda dell’esterno mi calma i nervi. Ho preferito usare l’uscita sul retro, alias porta d’emergenza, piuttosto che quella principale. Così c’è meno casino e posso anche godermi un po’ di natura.
Mi appoggio al muro. Incrocio le braccia, finalmente libere. E una lacrima mi scende lungo la guancia. Vado subito ad asciugarla, temendo che il trucco possa colare e che tutti possano notarlo poi.
Soffoco un singhiozzo. Non voglio piangere per un sentimento che nemmeno so identificare. Non sono così.
E mentre sto cercando di non far colare il trucco, una melodia inizia a pervadere l’aria. Dolce. Triste. Vera. E non posso trattenermi. Mi stacco dal muro e inseguo quelle note. Passo per il tratto d’erba, precedente alla foresta che costeggia la scuola. Gli alberi sono alti. Appuntiti. Sembra quasi che siano stati allungati apposta verso il cielo, come chiese naturali. I miei pensieri vengono azzerati. Faccio tutto senza accorgermene veramente. Come se fossi addormentata. Un’addormentata ambulante. Un’addormentata sonnambula.
E giungo in uno spiazzo, passando per i primi alberi, o forse anche di più. Perdo completamente il senso del tempo.
Una strana luce viene da dietro uno degli alberi. Lo inseguo. Il brillore. Come farebbe una falena con una lampadina. Solo che io non sono un insetto e quella non è una lampadina. Non so cos’è. Non so nemmeno se è giusto avvicinarmi come se niente fosse.
Vi giro intorno e finalmente vedo l’autore di quella litania, che non si ferma nemmeno quando fisso i miei occhi in quelli di un ragazzo dagli occhi neri. La pelle pallida. Assomiglia a qualcuno. Scosta il flauto dalle labbra, rosee. Perfette. E sorride. Mi sorride. E io sorrido. A mia volta, presa da quel gioco di sguardi.
Si avvicina. Sempre di più, ma non indietreggio. Rimango ferma. Immobile come una statua. Sistema il flauto in un contenitore, attaccato alla cintura dei pantaloni. E inizia a girarmi intorno. Scrutandomi, senza imbarazzo. Poi si avvicina e mi posa le mani sulle spalle. Fredde. Rabbrividisco senza nemmeno accorgermene. Sorride. Un sorriso perfetto. I denti bianchi illuminano il mio campo visivo, facendomi tremare le gambe.
<< Finalmente sei arrivata. >> sussurra, con voce dolce e… non saprei dire, ma ha un non so che di adulatorio. Non capisco cosa voglia dire. Mi stava aspettando? Un appuntamento? E in un secondo le braccia mi hanno circondata in un gelido abbraccio. Inspira dalla mia pelle il mio profumo. Umano. Vitale. Poi scosta leggermente il viso e si ferma a scrutarmi a soli pochi centimetri dal mio volto. I nostri nasi quasi si sfiorano.
<< Si, sei te. Non mi sto sbagliando. >> mormora. Sorride. Rimango seria. Perplessa. Il mio corpo non reagisce, ma la mia mente, ora, è perfettamente in sé. Chi è? Come fa a dire di conoscermi, se io non l’ho mai visto in vita mia?
<< Alice, finalmente staremo di nuovo insieme. Lucius non si era sbagliato. >> mormora ancora, prima che il silenzio cali e senta le sue labbra scivolarmi lungo la guancia, fino all’incavo dell’orecchio e al contorno del mento. Scivola poi lungo il collo, finendo sulla mia gola.
Mando giù il groppo che ho in gola con difficoltà. Lo sento ridere piano, alitandomi e facendomi rabbrividire ancora di più. E poi qualcosa mi penetra la carne. Sento qualcosa scorrermi addosso e la mia vista si annebbia. Tutto diventa sfocato. Le mie gambe cedono, ma non cado. Lui mi sorregge, senza il minimo sforzo e senza lasciarmi andare. Due aghi mi trapassano. Dolore. Piacere. Dolore.
E il buio cala su di me.

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«People shouldn't dwell on the past. It's enough
to try your best in all that you're doing now.»
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5 replies since 21/1/2009, 23:57
 
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