xDD sono contenta che ti piaccia tanto, sebbene non sia nulla di che .__. bon, ora posto il terzo e il quarto capitolo. Ti avviso che è tutto un po' complicato in questa storia e se riprenderò a scrivere dal quattordicesimo capitolo o giù di lì, mi sa che userò un altro tono per la narrazione. Spero comunque di non deluderti ççIII
C
onfusione. Ragazzi. Ragazze. Folla.
Una massa di persone inizia a portarmi fuori dalla grande sala d’ingresso, che precede la scalinata in pietra. La bici l’ho lasciata nell’apposito parcheggio, dopo averla legata con il catenaccio. Non si sa mai.
Romio se n’è andato non appena è suonata una musichetta, proveniente dalla sua tasca. “Scusa. Il mio cellulare. A dopo… “. Queste sono state le sue parole, prima di scomparire, risucchiato da una massa di ragazze urlanti che festeggiavano il ritorno tra i banchi con urletti vari.
Sono rimasta lì a fissare il vuoto davanti a me per un paio di minuti, prima di rendermi conto che era meglio muoversi e raggiungere il giardino esterno. O almeno spero di aver capito bene. Tutte queste cose le ho apprese da internet e dal blog di una ragazza che ha due anni più di me e che va nella stessa scuola.
Dopo qualche svolta, corridoio e porte di aule vuole, la folla si è fermata davanti ad un grande tabellone bianco, dove sopra vi erano scritti in pennarello nero a punta grossa tutti i nomi degli alunni e le varie classi a cui erano stati assegnati per quell’anno.
Scorsi tutta la prima lista. Niente.
La seconda. Niente anche qui.
Ma quando inizio a scoraggiarmi e a credere di non essere stata inserita, una voce familiare mi arriva da dietro le spalle, sebbene la conosca da solo qualche minuto.
Un ragazzo dai capelli neri e ribelli mi si avvicina, sorridente. << Hei, ecco dov’eri finita. Temevo di averti perso in tutta questa confusione. Ti avevo detto di aspettarmi. Dovevo solo rispondere a mia madre. Sai com’è. Le madri sono sempre in pensiero, anche per stupidate come la scuola… >> mi dice.
Sorrido e annuisco. Non mi è mai parso di aver ricevuto l’ordine di stare ad aspettare, immobile e imbarazzata, in mezzo ad una folla urlante. Ma non voglio battibeccare con la prima persona che incontro di questa scuola e che mi ha rivolto la parola, senza che qualcun altro glielo chiedesse.
<< Scusa. Non avevo capito bene. Comunque, vedi per caso il mio nome? Queste liste sono lunghissime… >> dico, cercando di nuovo.
<< Non fa niente. Va bene lo stesso. L’importante è che sei qua. Allora… il tuo nome. Vediamo… >> lo sento farsi curioso, mentre osserva la tabella. Scorre anche lui con lo sguardo. Tento di fissare la mia attenzione sull’inchiostro nero, ma vengo distratta dai suoi occhi, che seguono attenti. Verde acqua. Una bellissima via di mezzo tra azzurro e verde.
Ne rimango incantata, ma ben presto sono costretta a smettere. Sembra che se ne sia accorto, perché si è girato di scatto verso di me. Sono arrossita ancora, terribilmente. In questo momento non vorrei altro che essere sotterrata viva, chissà quanti metri sotto la superficie del terreno. Che vergogna!, vorrei urlare, ma mi trattengo.
Lo vedo fissarmi per qualche secondo, prima di scuotere la testa e tornare a fissare la tabella. Sospiro, vedendo che la sua attenzione non è più fissata su di me. D’un tratto lo vedo sorridere e girarsi verso di me un’altra volta. Speriamo che non chieda nulla, speriamo che non chieda nulla. Continuo questa filastrocca nella mia testa, girandomi però verso di lui.
D’un tratto le sue mani mi girano la testa, facendomela tornare come prima. Non so cosa voglia fare, ma so di per certo di essere arrossita. Oddio! E adesso che farà? Mi chiedo, in preda all’imbarazzo.
<< Trovato! >> urla, attirando l’attenzione di non pochi sguardi curiosi. Rimango perplessa.
<< Cosa? >> chiedo, sperando di non fare la figura della stupida.
<< Il tuo nome. Alice Berghet, vero? >> mi chiede, indicandomi un punto nero, dove si articolano un insieme di lettere. Come ha fatto a sapere il mio nome, senza che glielo dicessi?
<< Ah, ma come… >> faccio per dire, ma mi blocca, rispondendomi.
<< Sei l’unica con questo nome. >> mi sorride. Sorrido anchio, rossa come un peperone.
Penso a quello che mi ha appena detto e non posso che chiedermi: sono davvero l’unica Alice dell’istituto?
La cosa non sarebbe molto felice, anche perché chissà cosa andrebbero a pensare gli altri miei compagni. Magari che è un nome strano. Originale. Non so.
<< Grazie per l’aiuto. Ah, c’è anche il tuo. Siamo nella stessa classe. Romio…>> e vorrei leggere il suo cognome. Mi sforzo, assottigliando la vista e corrugando le sopracciglia, ma prima che i miei occhi si possano abituare al carattere ridotto delle lettere, Romio mi gira verso di lui.
<< Davvero? Saremo in classe insieme. >>. Il suo sguardo cade sulla mia borsa. << Aspetta, lascia che ti porti la borsa. Sembra pesante e tu sei appena caduta dalla bici, battendo la testa. Sei, come dire… in degenza per il momento. Perciò dammi qua. >> e senza nemmeno aspettare un mio cenno o almeno il mio permesso, mi sfila la borsa dall’alto, facendo passare la cinghia per la mia testa.
Vorrei fermarlo, ma ormai ha già fatto. <<non ce ne era bisogno… >> dico.
<< Non fa niente. Andiamo, le lezioni stanno per cominciare. >> mi dice, prima che possa ribattere.
<< Posso fare anche da sola. E poi non ho letto in che classe siamo… >> dico, ricordandomi di non averci fatto caso.
Mi prende per mano, prima che possa ribattere ancora, e mi trascina fuori dalla calca di studenti ancora intenti a leggere i loro nomi su quella tabella bianca d’acciaio. Divento rossa. Il contatto della sua pelle calda, con la mia fredda, mi fa venire i brividi. Mi sento come se stessi a più di mille metri da terra, come se stessi su un aereo o in cielo. come se stessi volando, leggera come l’aria.
Non ho mai provato queste sensazioni. Che cosa sono? Alice, che cosa hai?
<< Non ti preoccupare. Ho letto io per tutti e due. Prima classe. Sezione D. è un po’ lontana da questa parte della scuola, ma forse se aumentiamo il passo riusciremo ad arrivare prima del professore. >> mi dice, girandosi verso di me e sorridendo.
Annuisco e faccio un mezzo sorriso, sperando che non sembri una mezza smorfia, come di solito invece mi vengono. Capisco che quello era anche come un ordine a aumento il passo, seguendo il suo. Inconfondibile fra tanti.
Ho però come la sensazione che Romio voglia nascondermi qualcosa…
Percorriamo il corridoio e iniziamo a salire una serie di rampe di scale. Quando arriveremo?
<< Manca poco? >> chiedo per l’ennesima volta. Sembra come che il tempo si sia fermato. E i piedi iniziano a farmi male.
Si gira, sorridendo ancora. È davvero felice di continuare a girare intorno, per queste scale a chiocciola? Vorrei davvero leggergli nel pensiero per riuscire a capire quello che la mia mente non vede. Chissà che un giorno, dopo tanto tempo, riesca a farlo.
<< Siamo arrivati. Ancora due scalini. >> mi risponde, voltandosi e prendendo di nuovo a salire. Dopo una svolta le sue parole si avverano e davanti a noi compare il corridoio delle classi prime, quelle composte dai nuovi alunni. Dai nuovi arrivati. Dai novellini. Da altri ragazzi come me e Lui.
Scorriamo con lo sguardo, velocemente, le porte delle classi già tutte chiuse. Oddio, è la prima settimana di scuola e già sono in ritardo.
Finalmente la troviamo. Aula 1° D.
La raggiungiamo, affrettandoci ad aprire la porta. Una serie di sguardi m’investono, facendomi abbassare lo sguardo per la troppa intensità. Ma perché devo sempre fare figuracce che richiamano l’attenzione di altri? Perché non posso guardare qualcos’altro, come ad esempio fuori dalla finestra?
Che patetica che sono, penso nello stesso momento. Mi auto commisero.
Romio sorride invece, catapultando tutti gli sguardi femminili su di lui. In questo momento mi accorgo davvero di quanto effetto possa fare un ragazzo su altre ragazze come me. Sono felice di non essere l’unica.
Mi volto verso la cattedra. Il professore ci osserva. Un uomo giovane, sui trenta. Capelli biondi. Occhi neri. Non è un brutto uomo. Ma non è il mio tipo. In fondo, ho solo 14 anni e mezzo. Non sono come altre mie coetanee che vanno dietro ai maggiorenni.
Il professore tossisce, attirando anche l’attenzione di Romio, dapprima presa dallo sguardo malizioso di una bionda in seconda fila, che sembra volerselo mangiare con gli occhi. Già la odio e nemmeno la conosco.
<< Ragazzi? Potete andare a sedervi. Per questa volta chiuderò un occhio. Ma non si dovrò ripetere. >> e ci liquida con un gesto della mano.
Mi volto verso i banchi. Solo due liberi. Uno vicino ad una ragazzina tutta vestita di nero, dallo sguardo un po’ strano, e uno vicino ad ragazzo dai capelli rossicci e gli occhi anch’essi neri. Assomiglia a qualcuno di familiare.
Scuoto la testa, pensando di essermi sbagliata. Eppure, mentre mi dirigo verso l’ultima fila, incontro più volte il suo sguardo. Uno sguardo malevolo, d’odio. Rabbrividisco. Se una persona potesse uccidere con il solo sguardo, adesso sarei già stata sotterrata almeno quattro volte.
Cosa gli avrò mai fatto?
<< Alice? >> una voce acuta, ma non stridula, attira la mia attenzione. La ragazza strana. Mi sta sorridendo. Ha una pettinatura alquanto originale. Sembra una di quelle modelle che si fanno chiamare Scene Queen, ma non sono abbastanza sicura sulla definizione. Magra, non troppo alta. Capelli lunghi e castano chiaro, occhi nocciola. Sembra simpatica, anche solo per il fatto che mi ha rivolto la parola per prima. Io non ce l’avrei mai fatta. E per questo l’ammiro almeno un po’.
<< Ehm, si? >> dico, un po’ timidamente. Che cosa potrebbe volere da me? Intanto, cerco senza farmi notare di vedere dove è andato Romio. Sta chiacchierando con la biondina. Nella mia mente ringhio, letteralmente, e guardo in cagnesco la ragazza che sta mettendo gli occhi su di Lui. Nei miei pensieri inizia a farsi largo la voglia di ucciderla. Ma nel momento stesso, sento uno sguardo misterioso. Mi volto leggermente e vedo sempre Lui, lo strano ragazzo che mi odia senza motivo, sorridermi, ma solo di poco. Sembra essersi tranquillizzato, anche se non so come mai proprio ora.
<< Se vuoi, il posto accanto al mio è libero. >> la ragazza strana re attira la mia attenzione su di lei. Cerco di riconnettere in tempo il cervello per capire le sue parole. Vuole davvero che mi sieda accanto a lei? Una cosa del genere non mi era mai accaduta.
Il suo viso perde ben presto la gioia che poco prima mi aveva mostrato con tanta loquacità. <<m-ma se non vuoi, puoi anche non farlo. Non sei obbligata…>> continua, balbettando un po’. Forse l’ho messa in contropiede. Sarà forse stata la mia faccia perplessa?
<< No, va bene. E’ solo che… non me l’aspettavo. >> confesso, a bassa voce per non farmi sentire dagli altri. Mi tocco la punta del naso, passando il dito dall’alto verso il basso, per tutta la sua lunghezza. Un tic che ho da quando sono piccola, come la strana collana che porto sempre al collo, fuori dal colletto della camicia di ogni vestito. È un portafortuna, o qualcosa del genere, ma comunque ora questo non centra.
<< Oh. Beh, non mi sono ancora presentata. Sono Emy, Emy Cartright. >> dice, ritornando a sorridere. Sorrido anchio, sedendomi e appoggiando lo zaino a terra con un tonfo secco.
Intanto il mio sguardo cade più volte su Romio e la biondina, mentre Emy si mette a leggere un libro, che ha estratto da sotto il banco. “Raccolte di poesie di Emily Dickinson”, vi è scritto sulla copertina rilegata in marroncino.
<< Scusa Emy, ma chi è quella? >> le chiedo, continuando a guardare in quella direzione e indicandogliela con un cenno svelto della mano. Lei sembra capire al volo e annuisce.
<< Ashley Green. La pettegola della classe e credo anche di tutto l’edificio. Invece, sapresti dirmi chi è il ragazzo che le sta parlando? Quello alto con i capelli neri… >> mi dice, descrivendomi Lui. La fermo prima che continui. Ho capito chi è.
<< Romio… >> mi fermo, non sapendo quale sia il suo cognome. Dovrò chiederglielo prima o poi, senno le prossime volte che qualcun altro mi chiederà “Ma chi è quel ragazzo…” io non saprò rispondere altro che “Romio, naturalmente.”. << Romio. >> ripeto.
Lei mi guarda dapprima confusa, ma poi alza le spalle e si rimette a leggere.
Intanto, nella mia mente iniziano a formarsi strane idee, tutte incentrate su un piano per scoprire quale sia il suo cognome. Mi puzza un po’ di bruciato questa storia. Io il mio gliel’ho detto.
Oddio Alice. Sembri una vecchia puntigliosa. La mia vocina interiore compare dal nulla per mostrarmi solo la verità. Il fatto è che ti stai prendendo una cotta per Lui. E non solo, è anche bella grossa. Non è vero, ribatto. Non mi piace nemmeno. Un’occhiataccia del disegnino del fumetto della mia coscienza mi fa tornare indietro. Ok, forse solo un po’. Ma non per questo mi piace in “quel” senso. E qui finisce il monologo da matti con la mia mente. A volte mi chiedo se sia normale fare conversazioni di questo genere…
Il professore ritorna in classe, dopo essere uscito pochi minuti prima con la scusa del “Devo prendere un registratore. Intanto iniziate a leggere da pag. 4.” Inizia a fare l’appello e dopo poco fa i nomi degli interrogati. Comprensione delle pagine lette sarebbe il titolo di questa.
Incrocio le dita, ma si ferma prima del mio cognome. Posso sospirare di sollievo.
Torno un po’ indietro con la sedia, riuscendo così a sistemarmi per bene con la testa tra le braccia, sul banco. Con la matita inizio a scarabocchiare su un foglio, aspettando che questa ora termini e che l’ora del discorso del preside arrivi presto.
Il suono della graffite appuntita che gratta leggermente contro la carta a quadretti del mio quaderno, sembra quasi una litania. Una ninnananna. E lentamente i miei occhi si chiudono. La mia coscienza lascia la realtà, facendomi chiudere gli occhi dietro il libro della materia messo in verticale come paravento, o per meglio dire “para occhiate del prof.”. intanto però, la mia mano non smette di muoversi, disegnando frenetica.
E cado nel mondo dei sogni, o per meglio dire degli incubi.IV
O
scurità. Buio. Tenebra.
Tutti aggettivi molto simili, ma uguali nel non riuscire a descrivere il colore nullo che i miei occhi vedono, o che per meglio dire non vedono. È come se, ovunque mi trovi, nessun colore sia mai esistito. Come se io non esista. Non vedo nemmeno il contorno delle mie mani, che tento freneticamente di muovere davanti ai miei occhi. È come se nemmeno la luce riuscisse a filtrare, perché la luce da vita ai colori, persino a quelli più scuri, ma qui, ne sono più che certa, di luce non ve n’è traccia.
Uno scampanellio. Lontano.
Brancolo nel buio, attirata da quel suono. Inizio a camminare, senza sapere la direzione che imbocco. Se c’è un suono, c’è anche qualcuno che lo produce. E forse Lui o Lei potranno aiutarmi ad uscire da questo incubo. Non ne posso più di tutto questo nero. Rischierò d’impazzire.
Lo scampanellio si fa più distante. Sparso nello spazio intorno a me.
Cerco con le mani di tastare l’aria. Nessun muro. Nessuna barriera. Dove mi trovo?
<< Hei! >> urlo più volte. << C’è qualcuno? >>, sperando che mi sentano. Che mi vengano ad aprire. I proprietari dei campanelli, perché ora sono due i suoni.
D’improvviso, una risata. Grave. Malevola. Sadica.
Rabbrividisco. Aiuto, sussurro nella mia mente.
<< Aiuto… >> sussurro nella realtà. A poco a poco la mia voce sale di ottave e diventa più forte, fino a comporre un urlo di rabbia, misto a paura. << Aiuto! >>.
Risate. Ripetute all’infinito. O forse è un eco? Dove mi trovo?
Un fruscio alle mie spalle. Mi volto.
<< Ehi. Mi senti o vuoi continuare con questo gioco? Dove sono? >> chiedo, ormai esasperata da questi giochetti futili. I miei nervi iniziano a lasciarsi andare, tramutandosi in rabbia cieca.
<< Ma sei Qui. Dove vorresti essere? >> la risata prende la forma di una voce, lentamente. Mi sembra familiare…
<< Chi sei? >> chiedo, al buio. Alle tenebre. Alla paura che sta prendendo la forma di quella risata. Di quella voce. Di quello scampanellio.
Qualcosa mi tocca la spalla. Freddo. Molto freddo. Inizio a tremare. Tento di scaldarmi, strofinando le mani lungo le braccia e le spalle. Dove mi trovo?
Mi volto da tutte le parti. I miei occhi guardano intorno a me. Continuo a girare in tondo.
Poi due occhi, d’un rosso indescrivibile, appaiono davanti a me. Se ci sono degli occhi, c’è anche un viso. E questo vuol dire che qui c’è qualcuno.
Mi avvicino e gli occhi scompaiono. Divento disperata.
<< Ti prego. Vieni fuori! >> urlo. L’eco della mia voce si ripete più volte. Dove mi trovo?
Gli occhi ricompaiono, più vicini di prima. Ed ecco che qualcuno si trova di fronte a me. Mi avvicino, cauta. Non voglio fare movimenti bruschi, che potrebbero spaventare questo strano tizio. Forse anche lui si trova, come me, in questo posto contro la sua volontà…
<< Ti sbagli. Io. Sono. Qui. Per. Te. >> le sue parole mi arrivano frazionate, coperte quasi del tutto da uno strano fischio. Acuto. Insistente.
Mi tappo le orecchie con le mani, ma invano. Il suono periste. Dove sono?
Due mani mi afferrano saldamente per le spalle. Gli occhi sono davanti a me. Due fari nell’oscurità. Guardami negli occhi. Da brava. E io non posso farne a meno. E vengo rapita da quegli specchi, che iniziano a ruotare. A far apparire immagini dal niente.
Sangue. Stragi. Una ragazza. Un ragazzo. Un amore. Due razze. Un odio. Una battaglia. Una morte. Una caduta. Un ritorno.
Troppo. Troppo per la mia mente.
<< Basta! >> urlo, coprendomi le orecchie. Indietreggio e scanso con forza quella presa. << Basta! Smettila! Non voglio più vedere. Non voglio più sentire! >> continuo. Chiudo gli occhi. Mi stacco il più possibile da Lui. Le immagini continuano lo stesso. Nella mia mente.
Urla. Un volto. Familiare. Molto simile al mio. Ancora sangue. Due occhi rosso vermiglio. Io.
Non posso più sopportare. Non voglio più vedere. Non voglio credere di essere io. Non voglio credere a nulla. Anche perché non capisco più nulla.
Cado in ginocchio. Sulle lastre di pietra fredda. Il dolore non lo sento nemmeno. Non vi bado.
<< Basta. >> mormoro. << Basta… >> sussurro. E non sento più niente.
La risata termina. Così come le immagini. I suoni. Le grida.
<< Non puoi più fuggire al tuo Destino. Non puoi sfuggire a quello che hai fatto. Non puoi scordare per davvero. Tutto prima o poi viene a galla. >> un mormorio. Parole biascicate. Non complete. Non comprese.
E tutto diventa bianco. Luminoso. Candido. Puro. Immacolato. E perdo me stessa.Luce. Oscurità. Frazioni di bianco e nero. E l’unica domanda che mi assilla: cosa è accaduto?
Apro gli occhi, lentamente. La superficie di un banco è la prima cosa che vedo. Poi le spalle di una ragazza. E dietro di lei il viso del professore, che mi guarda. D’un tratto mi accorgo di essere stata beccata in flagrante.
<< Alice, tutto bene? >> mi chiede, un po’ preoccupato. Annuisco, facendo di si anche con la bocca. E mi rimetto a sedere diritta, a braccia conserte.
<< Sicura? Se non ti senti bene, puoi anche andarti a sdraiare… >> continua.
<< Nono. Davvero, sto bene. >> dico, sorridendo. Spero solo che mia madre non gli abbia detto nulla. Sarebbe imbarazzante la cosa.
Rivolgo il mio sguardo alle pagine del libro, leggermente spiegazzate e rovinate. Incontro lo sguardo di Emy. Sembra che mi voglia dire qualcosa. E con un cenno del mento indica alla mia sinistra. Mi volto e incontro lo sguardo del ragazzo strano. È seduto accanto alla finestra. Con una mano ticchetta sul banco. L’altra è stretta invece in un pugno, sulla gamba. Romio gli è accanto, che sorride felice e ascolta la lezione, come farebbe chiunque altro. Al contrario di me e Lui.
Il suono della campanella mi distrae e sussulto. Rimetto le mie cose a posto, badando di non dimenticare nulla sotto il banco e mi alzo. Infilo la porta e mi trovo in un corridoio pieno di studenti, che si dirigono veloci alle altre lezioni. Cammino affianco ad Emy.
C’è un silenzio imbarazzante, ma preferisco così. Devo pensare. C’è qualcosa che mi assilla. È come se avessi dimenticato qualcosa e non me lo ricordassi, anche dopo diversi trastulli mentali.
<< Alice? >> la voce di Emy mi fa voltare verso di lei. La guardo. Mi guarda. Sorride.
<< Lo conosci? >> chiede. Non capisco. Di chi sta parlando. Forse…
Legge la sorpresa e la perplessità nei miei occhi e tenta di spiegare meglio.
<< Lui… il ragazzo che sta vicino a Romio… >> mi dice, facendo una mezza smorfia. La guardo ancora. Mi sta chiedendo del ragazzo con le occhiate di fuoco, che se potessero mi ridurrebbero a cenere? Se è lui. No.
<< No. Perché? >> chiedo. Ora è lei ad essere perplessa.
<< Beh… l’ho visto guardarti strano tutto il tempo, soprattutto quando stavi con Romio. O lo guardavi… e allora ho pensato che lo conoscessi… >> spiega, restando poi in silenzio. I nostri passi si sentono sul pavimento. Pochi sono rimasti ancora in giro. Tentiamo di muoverci per non arrivare in ritardo all’ora di storia.
<< Emy? Tu sai chi è, invece? >> chiedo, cercando di non far trapelare la mia curiosità. Devo saperlo.
<< Lui? Si chiama Jake. Jake Vegas. È nuovo anche lui della città, come te. Si è trasferito da poco. All’in circa qualche mese prima che tu arrivassi a Coven. >> dice. Come fa a sapere che sono qui da poco, che non vivo in città da molto, che sono arrivata quest’estate?
<< Come fai a saperlo? >>. La guardo. Mi guarda. Ride. Torna seria.
<< Mio padre è il capo della polizia. Tutto ciò che so lo vengo a scoprire da lui e dalle sue telefonate. Adoro spiare la frequenza della polizia, così come il loro telefono. Ho sentito che stavano parlando del padre di Jake. È il nuovo neurochirurgo e patologo del sangue dell’ospedale in centro. Si dice che abbia lavorato per gli ospedale più famosi. Prima abitavano a Seattle. >> dice, sorridendo. Sa un sacco di cose. E io niente. Credo che stare con lei mi gioverà almeno un po’ per la materia pettegolezzi e curiosità, insieme a segreti e cose inspiegabili.
<< Che cambiamento… dalla fredda e umida Seattle, alla fresca e mite Coven. >> dico, ridendo per un secondo fra me. La voce acuta e cristallina di Emy l’accompagna per tutto il percorso fino alla nostra aula.
Quando entriamo, il professore non è ancora arrivato.
Sospiro di gioia e vado a sedermi nella fila in fondo. Emy mi segue. Ci sediamo l’una vicino alla’altra e ognuna si perde per conto suo, l’una e l’altra nei propri pensieri. Non bado alla porta che si apre. Né a chi entra, ma quando alzo lo sguardo per prendere una matita dall’astuccio, ecco che due occhi verde acqua attirano la mia attenzione. A fargli compagnia vi è Ashley, che lo tiene a braccetto. Lui non sembra curarsi del mio sguardo, se non quando si siede davanti a me. Mi sorride. Gli sorrido. Sembra più una smorfia il mio, ma non posso farci niente.
<< Alice, tutto bene? >> mi chiede, perdendo un po’ di felicità. “Certo che non, Romio! Ti ho appena vista fra le braccia di quella serpe… e tu mi chiedi se va tutto bene? Certo che no!”, penso.
<< Una meraviglia. >> e prendo il libro. Lo uso come barriera fra noi due. Non voglio guardarlo o rischierei di fare qualcosa d’insensato e stupido per lo meno. Preferisco immergermi nella lettura di un libro di storia che parla delle seconda guerra mondiale. Molto meglio.
Vedo il profilo della sua nuca girarsi, dopo aver guardato per due secondi la copertina del suo stesso libro. Lo prende anche lui e mi ritrovo a pensare che in un certo senso lo sto leggendo insieme a lui.
Che roba! Sto diventando matta.
* * *
Due ore di lezione dopo la campanella suona. Finalmente. Non ne potevo più di attacchi. Sangue. Morti innocenti. Capi di stato egoisti…
Il mio cervello voleva una pausa. Raccolsi di nuovo tutto e m’incamminai verso la porta. Era la pausa pranzo e volevo arrivare prima per poter arraffare quanto più cibo buono in tempo. E non avevo granché voglia di rischiare di raccontare i miei pensieri ad Emy. Era fin troppo perspicace. Con lei, d’ora in poi, avrei dovuto fare attenzione. Non le sfuggiva mai niente.
Una mano mi afferrò il polso e mi costrinse a voltarmi.
<< Hei, non mi aspetti? >> mi dice Lui. Un sorriso. Timido. Sincero. E casco nella sua trappola. Arrossisco leggermente, mentre mi prende la mano e mi tira in mezzo alla folla. Non vuole perdermi e la sua stretta si fa più irremovibile quando giungiamo davanti alle porte di ferro argentato.
Quando si apre, un insieme di mille voci m’investe. Tutti che parlano nello stesso momento. Nessuno che sta in silenzio. Tutti insieme ai propri amici. Sorridenti. Felici. Forse un po’ falsi.
Ci avviciniamo al tavolo del self service. Una signora paffuta e con i capelli raccolti in una cuffia di rete ci chiede cosa vogliamo e Romio inizia a parlare. Un insieme di parole. Intanto mi perdo nei miei pensieri. E incontro lo sguardo di Jake, dall’altra parte della sala. Come al solito mi odia. Lo vedo dai suoi occhi neri. I capelli biondi sono come al solito spettinati, con alcuni ciuffi che gli ricadono sulla fronte e sul viso perfetti. Pallido come sempre. Serio per tutto il tempo.
È il mio turno e prendo solo una fetta di pizza e una lattina di coca cola. Oggi non sono in vena di mangiare cose normali. Molto meglio imbottirsi di cose non proprio genuine, ma buone. E io adoro la pizza.
C’incamminiamo verso un tavolo. Ancora con le mani attaccate. Non me l’ha lasciata un secondo. Come mai tutto d’un tratto sta con me e non con Ashley? Forse hanno litigato?
Ci sediamo vicino alle finestre. Io di fronte a lui. Lui di fronte a me. Mi sorride. Gli sorrido. E iniziamo a mangiare tranquillamente. Una domanda mi viene in mente, mentre tento di mangiare un boccone, senza che la mozzarella coli giù, come il brodo, lungo la mia camicia.
<< Non ti sei ancora stufato di me? >> e in attimo, quando Lui alza lo sguardo, capisco di aver espresso il pensiero ad alta voce.
<< Cosa? >> mi chiede, confuso. Il boccone mi sta cadendo di mano, ma per fortuna non lo mollo del tutto. arrossisco terribilmente e le mie palpebre si allargano sempre più, fino a farmi sembrare ad una scimmia di cui avevo letto una volta su un giornale scientifico.
Oddio! Fa che un meteorite colpisca la scuola. Te ne prego. Chiedo a qualunque dio esista. Vorrei essere sotto terra. Chiusa in una bara da chiodi di ferro resistente all’umidità e alla ruggine, in grado di non sbriciolarsi dopo due anni, il tempo per il quale spero lui riesca a dimenticare del tutto questa frase.
Ed ecco che il mio ottimismo fa arrivare in mensa la persona che meno vorrei avere sottocchio, ma che forse mi ha salvato la vita almeno una volta.
Ashley arriva ancheggiando visibilmente e si siede accanto a Romio, tempestandolo con due bacini sulla guancia. Il rossetto color pesca rimane incollato alla sua pelle, mentre le sue labbra no. Sorridono e mi guardano. Dopo qualche secondo distoglie lo sguardo e fa come se non esistessi. Come se non fossi con lei, seduta allo stesso tavolo.
Ho finito di mangiare. Bevo un ultimo sorso di coca cola e mi alzo. Il vassoio in mano. Cerco di fare più rumore possibile, così che i due piccioncini possano accorgersi di me dopo tanto tempo che hanno continuato a fissarsi negli occhi.
<< Ci vediamo dopo. >> dico, leggermente stufata della scenetta. E Romio sembra finalmente ricordarsi di me. Vorrei incrociare le braccia, ma non posso. O il vassoio cadrebbe a terra.
<< Dove vai? >> chiede. “Non sono affari tuoi! Pensa a tubare con la tua piccola colomba”. Questo è quello che vorrei dirgli, ma mi limito ad accorciare la cosa deviando su un compito in classe e sul bisogno immediato di un consulto di un libro della biblioteca.
<< Ah, ok. A dopo allora. >> e si rituffa nella conversazione.
Sbuffo. E butto tutto nel cestino. Poggio il vassoio su un trasportino ed esco.
L’aria fredda dell’esterno mi calma i nervi. Ho preferito usare l’uscita sul retro, alias porta d’emergenza, piuttosto che quella principale. Così c’è meno casino e posso anche godermi un po’ di natura.
Mi appoggio al muro. Incrocio le braccia, finalmente libere. E una lacrima mi scende lungo la guancia. Vado subito ad asciugarla, temendo che il trucco possa colare e che tutti possano notarlo poi.
Soffoco un singhiozzo. Non voglio piangere per un sentimento che nemmeno so identificare. Non sono così.
E mentre sto cercando di non far colare il trucco, una melodia inizia a pervadere l’aria. Dolce. Triste. Vera. E non posso trattenermi. Mi stacco dal muro e inseguo quelle note. Passo per il tratto d’erba, precedente alla foresta che costeggia la scuola. Gli alberi sono alti. Appuntiti. Sembra quasi che siano stati allungati apposta verso il cielo, come chiese naturali. I miei pensieri vengono azzerati. Faccio tutto senza accorgermene veramente. Come se fossi addormentata. Un’addormentata ambulante. Un’addormentata sonnambula.
E giungo in uno spiazzo, passando per i primi alberi, o forse anche di più. Perdo completamente il senso del tempo.
Una strana luce viene da dietro uno degli alberi. Lo inseguo. Il brillore. Come farebbe una falena con una lampadina. Solo che io non sono un insetto e quella non è una lampadina. Non so cos’è. Non so nemmeno se è giusto avvicinarmi come se niente fosse.
Vi giro intorno e finalmente vedo l’autore di quella litania, che non si ferma nemmeno quando fisso i miei occhi in quelli di un ragazzo dagli occhi neri. La pelle pallida. Assomiglia a qualcuno. Scosta il flauto dalle labbra, rosee. Perfette. E sorride. Mi sorride. E io sorrido. A mia volta, presa da quel gioco di sguardi.
Si avvicina. Sempre di più, ma non indietreggio. Rimango ferma. Immobile come una statua. Sistema il flauto in un contenitore, attaccato alla cintura dei pantaloni. E inizia a girarmi intorno. Scrutandomi, senza imbarazzo. Poi si avvicina e mi posa le mani sulle spalle. Fredde. Rabbrividisco senza nemmeno accorgermene. Sorride. Un sorriso perfetto. I denti bianchi illuminano il mio campo visivo, facendomi tremare le gambe.
<< Finalmente sei arrivata. >> sussurra, con voce dolce e… non saprei dire, ma ha un non so che di adulatorio. Non capisco cosa voglia dire. Mi stava aspettando? Un appuntamento? E in un secondo le braccia mi hanno circondata in un gelido abbraccio. Inspira dalla mia pelle il mio profumo. Umano. Vitale. Poi scosta leggermente il viso e si ferma a scrutarmi a soli pochi centimetri dal mio volto. I nostri nasi quasi si sfiorano.
<< Si, sei te. Non mi sto sbagliando. >> mormora. Sorride. Rimango seria. Perplessa. Il mio corpo non reagisce, ma la mia mente, ora, è perfettamente in sé. Chi è? Come fa a dire di conoscermi, se io non l’ho mai visto in vita mia?
<< Alice, finalmente staremo di nuovo insieme. Lucius non si era sbagliato. >> mormora ancora, prima che il silenzio cali e senta le sue labbra scivolarmi lungo la guancia, fino all’incavo dell’orecchio e al contorno del mento. Scivola poi lungo il collo, finendo sulla mia gola.
Mando giù il groppo che ho in gola con difficoltà. Lo sento ridere piano, alitandomi e facendomi rabbrividire ancora di più. E poi qualcosa mi penetra la carne. Sento qualcosa scorrermi addosso e la mia vista si annebbia. Tutto diventa sfocato. Le mie gambe cedono, ma non cado. Lui mi sorregge, senza il minimo sforzo e senza lasciarmi andare. Due aghi mi trapassano. Dolore. Piacere. Dolore.
E il buio cala su di me.
«People shouldn't dwell on the past. It's enough
to try your best in all that you're doing now.» ♥
░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░░(c)