Coffi,yuki and blablabaudelaire!

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Luna Park,, (macchan; non perdete tempo)
view post Posted on 4/2/2009, 14:58Quote
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«Lei chi è?»
«Pagina cinquantuno.»

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 26/10/2009, 19:49


Luna Park nasce da una immagine. Shounen-ai, purtroppo. Ahah, no non venero lo yaoi e/o simili. Ma era un'immagine piuttosto carina, e così. Non sò se sarà una one shot, o a puntate. Se sarà a puntate di sicuro non saranno regolari. Non c'è una storia vera e propria di fondo, ho solo voglia di srivere, ora. Così lasciatemi fare, magari esce qualcosa di buono, sù.

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Le sucre et la fumée
Il profumo di dolciumi e di pop corn alleggia nell'aria. Mi piace il profumo dei Luna Park, è dolce e ti fa venir voglia di mangiare. L'unica cosa che non mi piace sono le urla e la continua chiacchiera di chi ti sta intorno. Le montagne russe non mi piacciono.
Mi chiamo Violet, e stavo per salire sulla ruota panoramica quando sono andata a sbattere contro una persona. Di solito non mi faccio varie paranoie quando vado a sbattere contro qualcuno, poichè la cosa succede spesso. Sono piuttosto impacciata. Ma quella volta, quando mi ricomposi e mormorai uno scusa imbarazzato, ricevetti come risposta un'occhiataccia. All'inizio vidi solo i suoi occhi. Quando allargai il mio raggio visivo, e vidi il suo volto mi stupii. Non solo perchè mi aveva appena fulminata, ma anche perchè era un bel viso. Macchè dico bello, era perfetto. Aveva una nobile e alta fronte, coperta esclusivamente da qualche ciuffo di capelli corvini, che sembrava lanciato qua e la solo per dargli dispetto. Gli occhi decisi, sembravano quasi grigi, ipnotizzanti. Il naso dritto, e le labbra rosee, il viso un poco appuntito, dai lineamenti sobriamente orientali. Aveva dei colori come appannati, era come guardarlo da dietro un vetro bagnato da gocce di pioggia. Forse il suo fascino era quello. Non si accorse che ero rimasta folgorata, ed entrò senza troppi scrupoli nella cabina destinata non solo al mio posteriore, ma anche al saluto di addio al Luna Park. Il bigliettaio, nonchè proprietario della giostra, mi comunicò che era l'ultima cabina, e con un balzo fulmineo di cui mi stupii io stessa, entrai. Quando mi sedetti timorosa sullo scomodo sedile, vicino al finestrino, incrociò le braccia al petto, alzò il viso al cielo, chiuse gli occhi e... Dalla sua bocca non uscì quella che doveva essere una dichiarazione d'amore nei miei confronti, ma solo un rivolo d'aria calda. Sbuffò, in poche parole. Ero ammirata perfino quando sbuffava. Ero prospetta all'ammirazione anche quando mi lanciò un'altra occhiataccia, se non fosse per il disprezzo che aveva negli occhi. Sentii il calore affluire sulle guance, e puntai gi occhi fuori dal finestrino, mentre la ruota si decideva a partire. Mentre il mio sguardo andava senza troppo interesse abbandonato sui colori del cielo, sulle giostre sotto di noi, e sulle persone che andavano sempre più rimpicciolirsi, la mia mente prese a fare qualche ragionamento sull'identità di quel ragazzo. Non lo avevo mai visto prima, nè in città, nè nella mia scuola. Ero sicura di questo, perchè se lo avessi visto non solo me ne sarei accorta, ma se ne sarebbero accorte anche le molte altre ragazze che popolavano il mio istituto. Quando il mio cervello mi fece segno di time out, e gli occhi ripresero coscenza di poter vedere, mi accorsi che il mio sguardo era caduto sul riflesso della cabina sul finestrino. In partiolare, sul suo riflesso, che pareva dire esplicitamente che mi stava fissando. Tossii, senza troppo interesse, mentre lottavo contro me stessa per non voltarmi e commuovermi. «MichiamoViolet!» L'avevo aggredito così, quando mi ero voltata a guardarlo, stremata. Lui, che era già intento a studiarmi, alzò un sopracciglio. Chi sei, oh misterioso uomo dal fare enigmatico e misterioso. Quando finalmente capì il mio gorgoglio indistinto, pronunciato alla velocità della luce, si aprì in un sorriso. Alzò una mano e la posò sugli occhi, lasciandosi andare ad una risata, cristallina. Non capivo. «Piacere Violet.» Abbassai un poco il capo, come un inchino. Eravamo in Giappone, si faceva così no? Lui mandò una mano in avanti, volendo ovviamente dire che non ce n'era bisogno. Secondo me, in onore alla sua bellezza, dovevo eccome. La sua voce era dura, leggermente roca, ma limpida. Lo guardai, in attesa che dicesse il suo nome, che mi lasciasse qualcosa di concreto di suo, mi bastava anche un anello. Ma con il sorriso amaro sulle labbra, si voltò verso il finestrino, e rimase a guardare il sole che si scioglieva, mentre la cabina scivolava lenta verso la fine del giro. Abbassai piano il capo, con un sorriso insoddisfatto. «Hiroki.» Hiroki? Alzai il capo, con un'espressione interrogativa, mentre lui squoteva il capo cupo. Il nome! Ma certo! Si chiamava Hiroki! Le porte si aprirono, per farci scendere. «E vieni spesso al Luna Park?» Scese, senza darmi retta, mentre io lo inseguivo. «Possiamo dire così.» Disse, mentre mandava in esilio le mani in tasca. O era un aiutante, o gli piacevano le giostre. Gli stavo praticamente correndo dietro, mentre lui andava calmo verso un luogo a me non definito. Mi bloccai, chiedendomi perchè gli stessi facendo tutte quelle domande, forse mi considerava una petulante ragazzina, o magari una ragazza della CIA.. Le sue spalle troneggiavano sullo sfondo, la luce lo colpiva frontalmente, facendolo sembrare un Dio, da come ero messa io, ossia dietro di lui. Stava piano piano scomparendo dalla mia vista, e io stavo abbassando lo sguardo, sorridendo. Hiroki.. Quando lo sguardo tornò fiero al suo posto, dove doveva essere lui, le sue spalle, trovò soltanto qualche mamma col suo bambino, i soliti ragazzetti che si fumavano una cicca, e un venditore ambulante di zucchero filato. Ma di quel misterioso ragazzo nessuna traccia, se non un nome. Lo imitai, misi le mani in tasca, e mi voltai. Avrei chiesto probabilmente a mia madre di allontanare di qualche anno luce la data del trasloco in Francia. Non me ne potevo andare, dovevo rivedere quel ragazzo, seppur sapessi di non avere nemmeno il diritto di una chissà quale speranza. Ma mi attirava, quel suo sorriso, che sapeva di cenere dolce, fumo e zucchero.


Le temps passe, comme les bonbons
Erano passate ormai tre settimane. Non avevo fatto nessun grande sforzo per ritrovarlo. Quando ero tornata a casa quella sera, a piedi, e mi ero ritrovata come ogni sera davanti allo specchio, mi ero detta che se stava ancora pensando a me, era soltanto perchè si sarebbe ricordato del mio orrendo viso, senza speranze per uno come lui. Portavo i capelli nel solito caschetto, castano scuro, ecco, tanto per dare l'idea. Zigomi alti, due occhi ambrati, vispi e curiosi dietro due spesse lenti di occhiali ormai fuori moda. Non che mi fossi mai importata della moda, ma era tanto per informarvi. La mia nobile frangetta svolazzò sotto la pressione della spazzola, quella sera. Mi rivoltai nel letto, tendente al pensiero opaco di Hiroki. Col passare del tempo mi stufai di struggermi ancora per lui, e così lo abbandonai al suo destino, tra una tazza di caffè e le pagine di un libro.
Abbandonai anche le speranze di non ripartire. Eravamo ormai all'inizio di Dicembre, e con l'arrivo delle vacanze ci sarebbe stato l'abbandono mio e della mia famiglia dal Giappone. Ormai le mie giornata si altalenavano dalla metrò, a scuola, a casa, alle passeggiate lungo i parchi. Ed ero ordunque che dicevo, che erano ormai passate due o tre settimane da quel fatidico incontro. Era una mattina non troppo calda, e se me lo consentite, ghiacciata alquanto. La notte prima aveva nevicato, e i residui di una neve fin troppo bagnata si stavano spegnendo lungo l'argine delle strade e dei marciapiedi. Quando mi accorsi di essere arrivata troppo lontano, era troppo tardi. Alzai lo sguardo, e mi guardai in giro. Nulla di conosciuto, se non in lontananza un cartello con caratteri luminosi, Luna Park. Scossi il capo, non volendo più metterci piede, ma sorrisi quando i miei piedi mi ci portarono davanti. Era un parcogiochi strano, poichè teneva aperto quasi tutto l'anno. Lo trovavo sciocco, poichè d'inverno con la neve le macchine sarebbero potute rovinarsi, ma loro sembravano andar avanti senza sosta, e così le imitai. Attraversai il cancello scuro, mentre nascondevo quasi il volto, in imbarazzo, sotto la sciarpa. Non era affollato come quel giorno, anzi erano poche le persone che gironzolavano stanche e senza nient'altro da fare. Dopo essermi guardata attorno con occhi sognanti, dopo una passeggiata a cui non so come i piedi riuscirono a sopportare, mi sedetti su una panchina. Inclinai la schiena, e portai il viso verso l'alto, chiudendo gli occhi. Accettai una violenta ondata di aria gelida sul volto, per risvegliarmi forse da quella apatica noia che mi stava passando addosso. «Ce nè voluto di tempo, prima che tornassi.» Forse dovevo aspettarmelo, perchè quando mi voltai, senza troppa sorpresa me lo ritrovai di fronte. Bè, si, chi altri se non quel bellissimo ragazzo dai capelli folti e leggermente ricci. Un sorriso che avrei voluto far sbocciare molto prima, prese posto in quel momento sul mio viso. Si volse verso di me, e sorrise. Mi ritenni fortunata, sola ed unica destinataria di quella virgola bianca sul suo volto.
Mi parve inverosimilmente uguale, e mi accorsi che era vestito esattamente come la prima volta che lo avevo visto. Jeans sbiaditi, un pò rovinati, felpa nera e sciarpa rossa. Non riuscivo a dire nulla, non riuscivo a muovere un muscolo, fare qualsiasi cosa era nei miei piani, ma non nei miei muscoli. Alla fine la mia bocca tornò in funzione, come la capacità di spiaccicare parola. «Cosa ci fai quì?» Ah bè, Violet, sei davvero un genio, poi, con quella faccia da ebete. Lui ridacchiò, e mi ricordò quando mi ero presentata fugacemente, anche in quel metre aveva riso. Lo divertivo, era un bene. «Non avevo niente da fare.» La mia mente continuava a ripetere il suo nome, come un vero e proprio disco rotto. Io stavo continuando a sorridere, e lui mi stava fissando. Cambia espressione almeno, mettiti in posa, cambia mese, ma fai qualcosa! Mi voltai, e tossii. Tossire è una cosa che faccio spesso, quando sono in imbarazzo. Lui si alzò, e si accese una sigaretta. La fiamma dell'accendino, che prese vita per pochi secondi, si paragonò nella mia testa al mio amore per lui, che si accendeva ai suoi voleri. Si, ero l'eterna bambina, in cerca del principe azzurro. Non lo amavo, ero semplicemente cotta. E questò comportò anche la voglia di diventare una sigaretta. «Ti offro una cioccolata calda, vieni.» Mi guardò un istante, prima di voltarsi e prendere a camminare, deciso. Le sue spalle, oh, le tue spalle Hiroki, quante volte sono passate nei miei sogni.. Mi diedi un leggero schiaffo, per riprendermi dai quei pensieri, e mi alzai frettolosa, per seguirlo.
Passammo il tempo su una panchina, a bere cioccolata calda, a studiarci, e a chiacchierare. Più che altro parlai io, lui sembrava soltando un bravo ascoltatore. Probabilmente non gli piaceva parlare con estranei che lo bramavano in silenzio. Gli spiegai della mia situazione, che ero francese, ma che per ragioni di lavoro, i miei mi avevano catapultata lì, insieme a colei che ero costretta ad avere come sorella. Definii la mia scuola molto composta e decisa, e gli feci una minuziosa descrizione della mia classe e dei suoi componenti. Lui annuiva, o magari rideva. Quando si alzò, e buttò il suo bicchiere di carta nel cestino accanto alla nostra panchina, lo seguii con lo sguardo, sperando che mi chiedesse di sposarlo. «Mio padre è inglese, ma mia madre Giapponese. I miei sono separati, e così ho deciso di venire a vivere quì, seguendo mia madre.» Iniziò lui, esponendomi la sua storia, mentre io lo ascoltavo, non potendo esserne più interessata. «Non vado a scuola, ma lavoro. Ce la caviamo bene, pur non avendo fior di quattrini.» Dove lavori, dove, oh mio azzurro. Non me lo disse. Quando mi accompagnò al cancello del Luna Park, capii, o almeno sperai, che il suo lavoro fosse in quel parco. Mentre mi allontanavo, lo vidi farmi un cenno col capo, per poi voltarsi, e abbandonarmi. Dovevo tornare in quel parco, dovevo rivederlo, giàcchè lungo la strada il cuore non mi stava più in petto. Avevo parlato con Hiro-san, ci eravamo scambiati le parole delle nostre vite, ed ora ero persa in lui più di prima. Infilai la mano in tasca, e ne ritrassi una caramella. Me la infilai lesta in bocca, sperando che il tempo curasse il mio principe al posto mio.


Les poignets, le chocolat, et vos lèvres
Il giorno in cui ci abbandonammo, mia madre mi avvertì che saremmo partiti fra due settimane. Non so se era vero amore, o una piccola amicizia quella che era nata fra noi due, ma mi sentivo in dovere di dirglielo. Forse alla fine, ecco.
«Dove sei stata? Hai passato il pomeriggio a scopare con uno sconosciuto?» Se cambiavamo il verbo 'scopare' con 'bere cioccolata e chiacchierare' probabilmente non avrei risposto a mia sorella che era una brutta pigna deficiente. Mi tuffai sotto la doccia, e continuai a pensare a quanto fosse bello, opaco, e burrascoso Hiroki. 'Un amore di pioggia' di Violet B. Il mio libro, dedicato a H.
Il giorno dopo, quando mi ritrovai a casa senza nulla da fare, osservai l'orologio. 14:56, i compiti erano appena finiti sul tavolo della cucina. 15:o8, il pensiero che forse potrei portare il culo fuori casa mi si splattella in testa. 15:o9, sono fuori casa, con la voglia di correre di fronte al Luna Park. Non ho un orologio fisso al polso, ma probabilmente camminai un bel pò prima di ritrovarmi di fronte allo scuro cancello che mi accoglieva a ferri aperti, insieme all'accompagnatore quale era il grande cartellone a luci intermittenti che gli stava sopra. Entrai, guardandomi attorno, ormai azione abituale. Passeggiai fremente, verso la panchina del giorno prima, già in cerca dei suoi anfibi, della sua sciarpa, della sua testa corvina. Passavano i minuti, ma non arrivava nessuno. Così provai ad imitare il giorno prima, inarcai la schiena, chiusi gli occhi e voltai il viso al cielo. Cinque.. Quattro... Tre... Due... Oh che diamine! Riaprii gli occhi, incominciai a dondolarmi sulla panchina, a guardarmi attorno in cerca di movimento dietro i cespugli. Niente. Dopo un lasso di tempo indecifrato, mi alzai e presi a girovagare, naufraga di un veliero che non avrei visto arrivare per tutto il pomeriggio. Affondai i dispiaceri nelllo zucchero filato, e mentre passavo inerme vicino alle persone che gironzolavano anche loro annoiate, speravo sempre di trovarci un pò di grigio in quegli occhi. Non posso dire che non mi eliminai fisicamente passando ogni centimetro quadrato a setacciare quel parco. Pensai a qualcosa per sdoppiare la mia persona, farne tante copie da controllare ogni zona, ma alla fine rinunciai. Quando passavo di fronte a colui che mi aveva fatto entrare, mi guardava scuro in volto, freddo e senza voglia davvero di guardarmi. Il cancello non chiudeva, e io non me ne volevo andare, volevo trovare quegli occhi, affondarci dentro, sognare di poter toccare le sue mani, di ritrovarmi vicinissima alle sue labbra..
Alla fine non me ne resi conto, ma stavo andando alla deriva, verso la fine e l'inizio del parco, l'uscita, e l'entrata. Ero di fronte al cancello, senza nessuna voglia di andarmene, ma con la speranza di riuscirci, oramai. Presi a camminare lentamente verso l'entrata del parco, che per me era una grande e bella FINE. Sbuffai, impercettibilmente, quando oltrepassai le barre di ferro ghiacciato, ma qualcosa mi fermò. Abbassai lo sguardo sul mio polso, e ci vidi una mano appesa. Rialzai lo sguardo e mi domandai cosa fare, se dietro di mè ci fosse stato un maniaco con la barba, i capelli puzzolenti, e i vestiti stracciati.
«Dove stai andando?» Non era la voce unta di uno stupratore, ma quella dura e limpida del mio salvatore, nonchè affogatore. Mi voltai verso di lui, con un sorriso in volto, raggiante, potevo benissimo esser messa al posto del cartellone sopra di me, ma quando vidi la sua espressione decisa sentii gli angoli di quell'angolino di serenità abbassarsi lentamente. Mi tirò verso di sè, grazie all'aiuto del mio polso, in completa ubbidienza a lui, e mi ritrovai con il volto oscurato dalla sua felpa. «Ti ho chiesto dove stavi andando.» La sua voce non lasciava trasparire emozione, mentre il rumore del cuore mi occupava le orecchie, causato dalla sua mano, che lentamente scendeva a corprire la mia. «Stavo tornando a casa.» Mi sorpresi di non ritrovarmi a balbettare, o chissà cosa. La mia voce, se possibile, somigliava un poco la sua, senza emozione. Eppure dentro stavo morendo, perchè ne avevo fin troppa! Avvolsi le narici del naso del suo profumo, insipirai a pieni polmoni, con l'intenzione di trasformarmi in una bottiglia di vetro, e trattenere il suo odore dentro di me. «Non mi hai salutato.» Da quando in quà esigeva il mio saluto? Un lieve e commosso sorriso prese di nuovo posto in volto, ma lui non poteva vederlo. «Ti ho cercato davvero,» Tentai di spiegare, con foga, con voglia di giustificarmi. Ma lui mi interruppe. «Non so perchè, non ho amici. Ma con te mi viene spontaneo pensare di poter parlare.» Avrei voluto alzare lo sguardo, guardarlo dal mio punto di vista mentre mi diceva quelle cose, mentre il cuore in gola ballava la maccarena, ma rimasi immobile, e soprattutto muta. «Non so cosa mi stia succedendo, ne perchè ti ho presa così.» Ed il sorriso di prima, non riuscì a non arrivare alla vetta della gloria. Poi mi ritrovai una sua mano sotto il mento, e mentre codesta mi alzava il volto, incrociai i suoi occhi, intenti a studiarmi, come sempre. Mi venne spontaneo annullare il sorriso, dischiudere le labbra, e sperare di poter respirare il suo stesso respiro. «Ho passato due settimane, ad aspettarti nella nostra cabina. Non so come ogni giorno mi ci ritrovavo di fronte, speranzoso di trovarmi di nuovo vicino a quella ragazza piena di domande.» Marcò il nostra, e non potei non morire. Ero un gatto forse, perchè non persi i sensi. Meno una vita. La sua mano dal mento, salì fino alle mie labbra, ci passò le dita sopra, per poi alzarla e spostarmi i capelli sbarazzini dietro l'orecchio destro. «Stai ferma.» Come se potessi stare più ferma di così, dopo che i suoi occhi vitrei mi stavano bloccando anche i polmoni. Si avvicinò, piano al mio viso, e la prima cosa che pensai fù che forse voleva baciarmi. La seconda che stavo sognando. E alla terza non pensai proprio. Perchè mi ero paralizzata, sotto le sue labbra, che non so per quale motivo, stavano inumidendo le mie. Non mi mossi, non riuscii nemmeno a chiudere gli occhi, come aveva fatto lui. Quando li riaprì dovevo avere una faccia sconvolta, così ridacchiò. «Sei bellissimo.» Fu la cosa che il mio cervello mandò come segnale alla bocca, e che quest'ultima cretina mandò verso le sue orecchie. Lui scoppiò a ridere, e mi strinse in un abbraccio. Lentamente riuscii ad alzare le braccia ed ad attaccarmi alla sua felpa.
Avevo ancora il suo sapore su di me, e quando tornai a casa, inebetita, non rivolsi parola a nessuno, mi lasciai andare sul mio letto, e mi addormentai, con il pensiero che forse stavo iniziando a sperare che mi amasse.


Amère des terres, qui se glisse dans la bouche
Se vi state chiedendo se sentissi o meno le farfalle nello stomaco, la risposta è affermativa. Se vi state chiedendo se dopo che le sue braccia mi lasciarono andare, gli saltai addosso e gli dichiarai il mio amore platonico per lui, la risposta è negativa. Dopo che le sue braccia mi lasciarono andare, le sue labbra mi sfiorarono la testa, ed io stavo perdendo l'udito, grazie al tutum costante. Mi congedò, dicendo che doveva tornare al lavoro, e io scappai quasi, sotto il suo sguardo, che sentivo gravare sulla mia schiena, allietandola di un calore indistinto.
Vi è mai capitato di pensare, che il suono della sveglia sia come una secchiata d'acqua gelida? E' esattamente così. Il sonno beato comporta nient'altro che altro sonno, e di sicuro non si aspetta che un meccanico e metallico suono proveniente da una scatolino segna-ore lo interrompa. Peccato che sia così. Mi alzai, controvoglia, già vestita. Presi la tracolla, me la infilai in spalla, e scesi le scale, diretta verso un'ennesima giornata da dimenticare, ed una colazione senza sapore.
La scuola andava bene, non esigeva troppi sforzi mentali, forse era l'unico orgoglio nella mia vita. Un orgoglio piuttosto lascivo. Arrivai a casa senza troppi sforzi, e senza troppi sforzi feci quelli che dovevano essere compiti difficili. Mi accoccolai sul divano, con l'intenzione di fare un pisolino, senza il minimo interesse a passarci invece l'intera giornata. Mi ritrovai con un disinteressato fascino portato verso lo zapping. Quello che doveva essere lo schiacciare i vari pulsanti di un telecomando, cercando qualcosa che catturasse l'attenzione dalla scatola parlante. Non mi alzai, non feci nessun movimento che comportasse l'alzare il culo e fare due passi. In tutta la giornata usai solo l'indice.
La mia mente stava navigando alla deriva, non ero intenzionata ad andare al Luna Park. Mi burlavo di me stessa quando dicevo di amarlo. Non era così, non lo amavo. Era bello, avevo le farfalle nello stomaco, ero cotta. Non per questo lo amavo. Mai sentito parlare di ironia? Quello che invece mi aveva detto lui, non lo avevo capito. Non aveva amici, mi reclamava vicino alla cabina, voleva mie domande, parlarmi. Evitai di ripensare a quello che doveva essere un bacio, ma non potei non caderci inesorabilmente mille e più volte. Era sbagliato, lui doveva ridere di me, pensare che fossi buffa e petulante, non dovevo sembrare tipa da chiacchiera! Non doveva posare le sue labbra sulle mie, doveva farmi sognare ancora un pò. Aveva agito troppo presto, forse con l'esclusivo pensiero di farmi andare in crisi. Bè, se era quello il suo volere, vi era riuscito, alla grande. Il suo volto mi paralizzava, mi lasciava senza il respiro, boccheggiante. Come se della terra mi entrasse in bocca, facesse il suo corso nel mio corpo, ne prendesse pieno possesso. Ero una clessidra, e stavo per rompermi.
Feci scorrere i giorni apaticamente, senza nessuna voglia di sputarmi in quella scuola piena di ragazzini imbottiti di principi fasulli, che non facevano che nascondersi l'un l'altro amori proibiti, pastiglie, droghe. Quando mi accorsi che avevo mangiato il tempo alle mie spalle, come le patatine schifose al sapore di formaggio che facevo saltare nella bocca, non me ne pentii troppo. Ormai mancavano poche ora al mio aereo, e lui ormai era solo un ricordo. H.


Où es-tu, oh non Je suis en attente
Mercoledì? Giovedì? Avevo perso il conto del tempo, come avevo perso le speranze di voler di nuovo vederlo. Forse il nostro amore doveva finire così, oh mio bello. Era destinato a finire con un tuo bacio frettoloso. Era un bellissimo ragazzo, ed io mi ero infatuata di lui come si innamorava la bambina di cinque anni di Brad Pitt. Era impossibile, chiuso. E poi, scusate, ma cosa sapevo di lui? Un nome, un lavoro, qualcosa sui suoi genitori, la sua situazione economica, solitario con la voglia di esplodere. Perchè, perchè devi esplodere con me? Non accettavo che il tutto non dovesse andare come doveva andare. Non dovevo piacergli, era scritto. E poi col suo bacio, whow, mi aveva davvero spiazzato. Aveva corso, e io non ne avevo colpe. Io ero solo cotta, lui era solo pazzo. La mia ironia, il mio amore stupido e infantile nei suoi confronti, aveva superato un limite, che gli impediva di continuare a crescere, a lievitare, come zucchero filato.
Piegai l'ennesima maglietta, e la adagiai lievemente sulla pila di sue sorelle, tutte impacchettate nella valigia, una mamma quasi per loro. Sbuffai, sedendomi sul letto e ripensando a quanto tempo avessi perso, sprecato a far nulla. Avrei potuto fare qualcosa di utile per la comunità, e per me. Magari qualcosa come uccidere mia sorella. Avrebbe confermato entrambe le aspettative, uff, troppo tardi. La mia camera era vuota, bianca, ovattata, se non per le lenzuola di cotone azzurrine, lasciate a rivestire un materasso scarno. La voce roca di mio padre ci avvertì tutti, che saremmo partiti da casa per l'aereoporto fra quindici minuti esatti. Mentre mia sorella si indaffarava rumorosamente e borbottando a finire i suoi bagagli io mi lasciai andare lunga distesa sul materasso. Lo sguardo perso in un soffitto troppo limitato e vuoto perchè i miei occhi e la mia voglia di vivere si accontetassero. Ero bloccata da funi immaginarie, mi strizzavano non solo il cervello, ma anche il corpo. Straripavo, stavo per scoppiare, ma avevo ormai paura di mettere anche solo un piede fuori, appena tornata da scuola. Avevo vissuto quegli ultimi giorni più normalmente possibile, non mi incaricai del compito di annunciatrice della mia scomparsa dalla classe, il professore avrebbe egreggiamente portato a segno il compito meglio di me. E tutti sarebbero stati più felici.
Quindici minuti di pensieri svolazzanti, per poi trovare la forza di prendere una valigia in mano, e scendere le scale di quella che volevi rimanesse una casa. La forza non era tanto per tutto quello che la valigia conteneva, ma per l'abbandono. Abbandonare non mi piaceva, eppure sembrava che negli ultimi giorni non potessi fare altro. Avevo abbandonato lui, le passeggiate, i miei compagni di classe, ed ora la mia casa. Inutile dire che fossi abbacchiata, e non solo per il fatto del trasferimento, e devo ringraziare la mia solidale famigliola, esclusa mia sorella, per l'appoggio a distanza. Di solito ci si aspetta che soprattutto la madre si metta a farvi domande. Bè, la mia non le fece. Rimase in lontananza a guardarmi, soffrendo entrambe. Appena arrivata sul pianerottolo, mentre la guardavo caricare la macchina, le donai un sorriso, forzato forse, ma pur sempre una virgola di solarità, in quel cupore che ero. Scesi gli ultimi scalini, prima di chiudermi la porta alle spalle e salire in macchina, diretti verso l'aereoporto, l'addio ufficiale ad una terra che amavo, con un muso lungo come quello di un puledro. Chiusi la portiera, e appicicai la guancia al finestrino freddo. Ci vollero quasi cinque minuti prima che la famiglia unita fosse nel veicolo. Partimmo, e la macchina acquistò velocemente terreno, dovevamo correre, se non volevamo perdere l'aereo. Non che a me interessasse più di tanto, ormai vivevo come una apatica in piena regola. Sfortunatamente per il mio stato passammo davanti al Luna Park. Non lo vidi direttamente, ma notai i palazzi, gli incroci, i semafori. Quando mi accorsi che eravamo nei pressi del mio cimitero gioioso, volsi lo sguardo attraverso il sedile di fronte al mio, attraversai la massa di carne che componeva mio padre, e attraverso gli ingranaggi della macchina.
Ho sempre odiato gli aereoporti. Sono vuoti, se non per i pochi viaggiatori, o vigliacchi. Io rientravo nella seconda opzione di riempitrice di aereoporto. Eravamo come marcia per un volo predestinato, ma mentre il resto della famiglia sorrideva e si lanciava battutine sul ritorno, e sulla vita che avrebbe ritrovato, io cercavo di maledire me e quella strana sensazione che mi stava salendo dalle viscere. Continuavamo ad andare avanti, come soldati, tap, tap, tap. Ci fermammo per aspettare l'aereo, arrivati fin troppo presto. Ma quando arrivarono le 15.00, in punto, una voce metallica ci avvertì che l'aereo avrebbe ritardato ancora cinque minuti. Ero seduta su quella seggiola, con le mani ancora attaccate alla maniglia della valigia, mentre i piedi mi ballavano. Mia sorella e la sua musica mi stavano sconcentrando dal flusso di pensieri che doveva andare a rassicurarmi, a dirmi che la voglia di correre indietro era solo quella dell'ultimo minuto. Sono ritardataria per regola. Ma cedetti, alla voglia di ripensare a Hiroki, a pensare di poter correre fino al Luna Park. Mi alzai in piedi, con le ginocchia tremanti, e andai di fronte a mia madre. Le spiegai che non potevo partire, dovevo trovare una persona e chiarire il malinteso che avevo avuto con lei. Lei annuì, e mi diede una spintarella. La ringraziai con il pensiero, mentro mi lanciavo attarverso il corridoio dell'aereoporto, fuori, all'entrata e infine in mezzo alla strada, per fermare un taxi. Fremevo come una foglia in autunno, appena lanciata fuori dalla protezione delle fronde dell'albero, ma quando dicevo le coordinate all'autista, mi sentii libera.
Quando il taxi si fermò, non avevo ancora elaborato un discorso, un qualcosa che mi presentasse e mi difendesse decentemente, non avevo un avvocato degno di questo nome. Scesi dall'autoveicolo che puzzava di fumo grezzo, lasciando sul sedile quello che doveva bastare a pagare la mia folle ritirata da un viaggio che mi avrebbe portato troppo lontano dal luogo che ancora bramavo in segreto. Deglutii, prima di fare il fatidico passo all'interno di quel parco, a cui sembrava che inevitabilmente dovessi stare attaccata. Non sapevo dove trovarlo, se chiedere a qualcuno, cercare vicino ai cespugli, ai vicoli cechi, quel Luna Park era abbastanza grande da essere una cittadina. Passai oltre la nostra panchina, ed incominciai a chiedere ai venditori di zucchero, e a quelli di divertimento, se conoscevano un certo Hiroki, che con tutta probabilità lavorava tra quei trabiccoli. Alcuni dicevano di averlo sentito nominare, altri squotevano semplicemente il capo. Ripetei la ricerca di quel ragazzo che ancora mi celava tutto di sè, ma a cui ero ancora attratta, da una forse magia. Mentre osservavo a 360° quello che avevo attorno, sbirciando ovunque, comunque, ripensai a tutto. Da quando ormai molto tempo prima lo avevo visto, la prima volta. Le settimane passate a cercare di togliermelo dalla testa, e poi di nuovo la sua ricomparsa, o magari la mia, non era molto chiaro. La sua voce che si apriva sempre un poco di più a me, e poi quel bacio. La rovina di tutto, molto probabilmente. Le settimane vuote, passate a vivere una vita in stand-by, pausa, lasciate al mio clone il copione della mia vita con i freni tirati, senza nessuna curiosità se non le banalità della scuola, e lasciatemi in pace. Io, che sono stata la vittima di un bacio frettoloso. Cosa possono fare due labbra.. Distruggere un'intera persona. Vagai senza una meta precisa, se non due occhi grigi, e un profumo che sapeva di zucchero e cenere. Mi ritrovai di fronte alla ruota panoramica, dopo ore passate a distruggermi moralmente per cercarlo. Mandai tutto a quel paese, e pagai un giro. Salii, stanca su una cabina, e mi attaccai come una ventosa al finestrino. Lo sguardo spento attraverò veloce il suolo, ancora fermo e al suo posto. Sentii sbattere un piede all'interno della ferraglia di cabina che mi ritrovavo. «Se devi entrare fallo e basta.» Borbottai, tentando di schiacciarmi ancora di più contro lo spiraglio di vetro che mi indicava che ero ancora sul pianeta Terra. Qualcuno si sedette davanti al mio sedile, e io non lo degnai di uno sguardo. Quando la ruota prese a fare il suo lento lavoro, sospirai. Non lo feci apposta, mi scappo, e basta. Mentre oscillavo, mi stavo materializzando a terra, sul cemento asfaltato sotto di noi, immaginavo il contraccolpo, e ancora prima l'aria che mi smuoveva i capelli. Splat. Non avevo idee suicide, non veneravo la morte prima dei sessanta, circa. «Mi chiamo Hiroki.» Sentii subito la sua frase, ma non avevo il cervello connesso. Quando mi voltai, a guardare finalmente il mio accompagnatore, notai che era lui. Era rosso in viso, o almeno, leggermente più del solito. Ero una tipa sentimentale, ma dai miei occhi non uscì acqua salata. Di sicuro il cuore perse qualche colpo, troppo tempo era passato dall'ultima volta che avevo posato gli occhi su di lui. Un sorriso dolce, tenero e bambino sbocciò, sulle mie, e sulle sue labbra. Iniziai a spiegargli perchè ero scomparsa, perchè mi aveva spaventata, perchè lui mi attirava. E lui mi spiegò perchè aveva il fiatone, perchè mi aveva baciata e perchè mi trovava così irremediabilmente petulante. Quando il giro fu finito, avevo finalmente capito qualcosa di Hiroki, come lui forse aveva capito qualcosa di me. Scesi dalla cabina, con l'aiuto della sua mano, calda e accogliente, e pure al mio tocco ancora leggermente fredda.
Mi aveva baciata, mi spiegò, con la paura di avermi spaventata, inconsapevole di averlo fatto dopo. Mi disse che gli piaceva starmi ad ascolare, e che un giorno avrebbe voluto che lo stessi a sentire io, con mio grande stupore. Io gli spiegai che da regolamento lui non doveva avere interessi per me, e dopo una pausa persa a suo ridere, gli spiegai delle farfalle nel mio stomaco, della magia che c'era quando mi sfiorava, o mi guardava. L'aereo che avevo perso io, la corsa alla mia scuola per avere mie notizie che aveva fatto lui. Avevamo entrambi bisogni di conoscerci, ne sentivameo la voglia, ci bramevamo in segreto l'un l'altro. Mi prese infine per mano, e mi accompagnò per un sentiero, non era amore, ma forse un inizio.


Edited by baudelaire, - 5/2/2009, 19:04

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Bellissimo inizio o fine, dipende da che tipo di racconto è xD bon, sono rimasta sconvolta çç sei prafissima *scritto apposta così .-.

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Grazie moltissime Haru. Non sai quanto apprezzi i tuoi commenti. ihih


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Il quarto capitolo è più corto degli altri poichè V. si lascia andare all'apatia, e non pensa troppo a quello che le è successo. E' stupida e stupita.

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Terminated worket. ùù
Fa schifo. ;D

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Non fa schifo ò.ò è bellissima.
Mi lasci sempre sconvolta çç

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