 «Lei chi è?» «Pagina cinquantuno.»
 Group: Blablatoloro.Posts: 5567 Location: Dall'armadio. Status:  | |
| Tagliente, come Ambrosia (one shot) L'ho scritta oggi, nutrendo altra voglia inconsueta di digitare cose di sicuro non buone da leggere. Non deve essere molto bella, non l'ho ancora riletta del tutto. Lascio qusto compito a voi.. ._. Fa schifo. ;D E' una fan fict inutile, e senza capo ne coda.
 Era una giornata umida, e la pioggerellina che scendeva lungo i vetri della finestra non faceva altro che aumentarla, quando la porta della mia stanza mi avvertì che era arrivato. Abbandonai il libro sul letto, e mi alzai, andando verso la porta. -Salve, madame.- Mi salutò lui. Lui, si chiamava William, padre inglese e madre francese. Si era trasferito in Francia per causa del lavoro dei suoi genitori, che dopo aver capito che non gli sarebbero potuti stare piuttosto dietro, lo avevano iscritto all'istituto d'arte Saint Martin, che proponeva anche stanze di lusso per i suoi allievi. Era bellissimo. La pelle diafana, faceva risaltare d'orati occhi, vitrei e profondi insieme. La bocca rosea, i capelli ramati, tendenti al biondo cenere, sempre piuttosto sbarazzini sulla sua testa, su un volto sempre solare eppure misterioso, seguito da una fronte alta. Avevo perso il conto di quante volte ero rimasta a fissarlo a bocca aperta, senza pensare, soltanto gli occhi si beavano in quei momenti del suo splendore. Ci eravamo conosciuti grazie al corso di discipline pittoriche che il Professor Albert teneva nella Torre Est. A queste parole potrete pensare che la nostra scuola sia una specie di Hogwarts, bè è così. Con la pecca che non insegnavano magia, al Saint Martin. Era un vero e proprio castello, fornito di mille e più classi, tra cui le stanze dei dormitori che occupavano non solo i ragazzi, ma anche i mille insegnanti. Le discipline erano tra le più svariate, da fotografia a scrittura giornalistica, sceneggiatura e piano. Queste sono alcune tra le tante materie che in quella scuola si potevano apprendere. In quanto alla madame, ossia io, bè mi chiamo Callisto. Orfana di madre sono stata abbandonata da mio padre in questa scuola, si preoccupò di pagarmi la scuola a vita. Troppo stanco mentalmente dopo la scomparsa di mia madre, si è ritirato tu sai dove, a fare il pazzo. Le sue labbra finirono immancabilmente sul mio collo, mentre il mio viso si spostava leggermente per fare spazio al suo. Il suo respiro, caldo, mi fece rabbrividire. Will non era il solito dolce ragazzo romantico, nè tanto meno quello bastardo che desiderava solo portarti a letto. La cosa che mi affascinava forse più del suo aspetto erano i suoi ragionamenti, la sua testa, il suo parlare. Chiusi la porta della mia stanza allungando un braccio verso di essa, mentre lui allungava le sue sui miei fianchi. Indietreggiai sotto il suo corpo, fino ad inciampare nei miei stessi piedi. Scoppiò a ridere, e mi tese una mano per aiutarmi. Di solito non ero maldestra e impacciata come quando arrivava lui. Essendo nobile di famiglia, ero stata addestrata come un cagnolino da circo, all'eleganza e al portamento. Mi feci leva sulla sua mano, e mi rialzai sbuffando, prima di risedermi sul letto. -Mmh, Stupori e Tremori. I giapponesi sono molto severi al lavoro, notato?- Esordì lui, prendendo in mano il libro che ormai continuavo ripetutamente a leggere, senza sosta, insaziabile. Di solito se leggevo un libro, dopo lo lasciavo morire nella sua solitudine, beandomi solo dei miseri ricordi che cercavo di tenere a mente. Ma Amèlie Nothomb era salita prima nella classifica dei miei scrittori prediletti, e il suo modo di scrivere aveva un sapore ironico e micidiale tutto suo. Per questo ormai non riuscivo a non staccarmi dall'unico libro che avevo di lei, preso qualche giorno prima. -Già.- Risposi, misera. Lo ripose sul comodino, e si sedette al mio fianco. -Qualcosa non va?- C'era qualcosa che non andava? C'era una qualsiasi pecca nell'avere uno tra i ragazzi più belli dell'istituto in camera mia? Ridacchiai, mentre lui mi portava delicatamente i capelli dietro l'orecchio. -Non credo.- Risposi, fissando gli occhi nei suoi, che già erano pronti ad accoglierli. -Cal, lo sai che se c'è qualcosa esigo che me ne parli.- Occhei, forse qualcosa c'era, una cosa che mi innervosiva. Quando quell'odiosa di Jasmine si voltava verso di me, a plastica, con le mani piene di argilla, e mi chiedeva come andava con Will, se si era deciso a dichiararsi, o se lo avevo fatto io, non sapevo cosa risponderle, così le sorridevo e le dicevo che continuavamo a divertirci come due sedicenni dovrebbero fare. La situazione tra me e Will era di stallo. Insieme stavamo bene, l'uno con l'altra, le nostre mani si potevano muovere libere sul corpo dell'altro, a volte con malizia, altre con dolcezza. Questa situazione era nata quando lui era venuto a farmi visita in camera mia, mentre ero influenzata. Non era venuto per me, non era stata una sua scelta, ma del Professore, che voleva avere mie notizie. Qualche battuta ce la lancevamo, e con il tempo le sue visite erano sempre più frequenti. Quando le sue labbra si posarono sulle mie, quel giorno d'estate, eravamo in giardino, nei pressi del Lago. Non so spiegarvi bene come, ora, ma finimmo col ritrovarci in un passionale attorcigliamento, sull'erba. E mentre le nostre risate cristalline ci facevano rotolare, qualcosa verso l'altro nasceva. Non ero prospetta al fidanzamento, tanto meno al matrimonio. E dire che tutte le altre mie coetanee non aspettavano altro che accappararsi un futuro ricco beatitudine col compagno troppo giovane e sfortunato per sopportarle. Non mi importavo del pensiero altrui, non poteva fregarmene di meno se pensavano che fossi una sciaquetta che si divertiva senza un anello al dito insieme ad un ragazzo. Ero giovane, io, e io mi volevo semplicemente divertire. Ma a volte le loro chiacchiere arrivavano ad un punto che non mi piaceva. -Le solite cose, sta tranquillo.- Gli diedi una pacca sulla spalla, prima di rialzarmi per prendere la tracolla.
La pioggerellina d'inizio autunno aveva lasciato posto al sole, alto e senza sbaglio nel cielo di nuvola a disturbarlo. Arrivammo nell'aula all'aperto che si usava per fare fotografia nelle belle giornate. La nostra professoressa, una certa Marlene Crosswood, era suonata. Carina, esile e suonata. Tirammo fuori dalle nostre cartelle le armi da guerra, e uscimmo in giardino per l'ispezione di ispirazione. O così la chiamava lei. -Che dici, oggi quante pillole ha preso per essere così?- La sua voce arrivò dietro al mio orecchio mentre cercavo qualcosa senza sapere cosa, tra i pini della scuola. Scattai come una molla, e mi voltai verso di lui, bello come il sole. -Secondo me, per arrivare a dire che 'il mirino è come l'occhio del sole che ci guarda da lassù, e che è la macchina fotografica del cielo, che ci punta ogni giorno' poche. Meno del solito, dovrebbe curarsi di più.- Gli risposi sarcastica, mentre lo sorpassavo per tornare alla luce del sole, fuori dallo scudo di fronde degli alberi. Sentii la sua solita risata, quella che ne seguiva sempre quando facevo una battuta stupida, alzarsi dietro di me. -Cal, oh mia dolcissima Cal, mi aspetto scatti memorabili da questa uscita.- Era la solita frase che mi riservava la professoressa, mentre mi vedeva impegnata alla ricerca. No, io dico. Non poteva lasciarmi lavorare in pace? Non doveva portare il suo benevolismo verso coloro che avevano problemi in quella disciplina? Io non ne avevo. A fine lezione di scatti ne avevo fatti ben pochi, ma tutti memorabili, come diveva lei. Non ero mai stata una ragazza insicura, quando una cosa riuscivo a farla bene, me ne vantavo, quel tanto che ci voleva da non farmi sembrare ripetitiva e petulante. Io, insieme a molti altri studenti, presi la via per tornare dentro alla scuola. Will si era già dileguato, aveva il pomeriggio dedicato ai suoi genitori, e in quelle giornate usciva, per stare fuori uno o due giorni, per godersi quei pochi momenti in cui potevano avere un pò di spazio anche per lui. Erano una famiglia molto affiatata, o così diceva. Ritornai in camera mia, dopo aver passato qualche minuto a girovagare per la scuola, non avendo altro da fare se non ammirare i quadri di studenti passati e non, orfani alle pareti. Quando, verso le sette, scesi in mensa, o meglio, al ristorante, cenai con una tazza di tea con miele e qualche biscotto, non avendo molta fame. Mi ritirai dalla scena, dietro la porta della mia camera, accendendo una televisione grigia e monotona che raccontava le solite cose, di persone stupide e ignoranti. Mi lasciai andare sul letto, con il buio a farmi compagnia, se non per la lampadina accesa, al mio fianco, che mi dimenticavo sempre di spegnere, visto che mi addormentavo tardi, e senza esserne consapevole. Mi svegliai di soprassalto, forse a causa del rumore della porta che si chiudeva, un pò troppo forte. Forse. Mi alzai, ancora mezza addormentata, appoggiando un braccio a tenermi su sul letto. -William?- Non sarebbe stata la prima volta che mi veniva a trovare così tardi, dopo una scampagnata con la famiglia, a volte furioso, altre solo abbandonato. Il materasso vacillò, sotto al suo peso, che dalla porta avevo visto muoversi quasi felino verso di me. Di solito non saltava. -Will, è successo qualcosa con i tuoi?- Seppur sapessi che era lui, il suo profumo me lo garantiva a distanza, ero come paralizzata, mentre il cuore prendeva la A4, a duecento all'ora. Non rispondeva, sembrava quasi che non respirasse nemmeno, perchè non lo sentivo. Non lo vidi neppure muoversi, quando me lo ritrovai di fronte, col viso inclinato verso sinistra. Una strana luce nei suoi occhi, mi invitava a scappare. Stupida voglia, credevo. -Sei mia.- Sussurrò, deciso, prima che le sue labbra si tuffassero sulle mie, arrogantemente. Le sue mani tra i miei capelli, mi mandarono contro il muro, sbattendo la schiena non poco. No, non era la prima volta che faceva così, e se anche ne ero un poco spaventata, lui mi piaceva, ed io ero sua. Lo sapeva lui, meglio di quanto lo sapessi io, probabilmente. Mentre la sua bocca continuava decisa la sua opera, le sue mani scivolavano lungo il mio corpo, prendendo a spogliarmi. Allorchè lo imitai, sbottonandogli la camicia. Lui era più svelto e lesto di me, lanciando maglioncino e reggiseno attraverso il letto. Mi aspettavo che continuasse, ma si fermò lì. Si lanciò di nuovo contro di me, sbattendomi contro il muro, mentre scendeva, dalle mie labbra, fino al collo. Era una cosa che avevo notato. Il collo gli piaceva, e quando gli avevo chiesto se lo trovava sensuale mi aveva risposto che era più forte di lui attaccarlo. Le sue mani ora mi tenevano contro il suo corpo, posate ardentemente all'altezza dei polmoni. Il mio respiro si faceva sempre meno regolare, abituato ormai anche lui ai suoi voleri. Mi accorsi qualche secondo dopo, che la sua lingua continuava a fare come spirali sulla mia carne. Una mia mano si alzò, per andare tra i suoi capelli, ma l'altra, che doveva seguirla e deviare sulla sua schiena si fermò a metà strada. Qualcosa di tagliente, di freddo, mi aveva appena trapassato la carne, esattamente dove prima la lingua di lui si divertiva a fare cerchi su cerchi. Il sangue deviava nella sua bocca, e lo sentivo io stessa, mentre scatti di dolore erano quelli che mi passavano veloci come scosse, su tutto il corpo. Caldo sangue scivolò non solo nella sua bocca, ma anche lungo le mie spalle, veloce lungo il mio petto. Un urlo in ritardo tentò di uscire dalle mie labbra, ma lui furbo era già al suo posto, con un bacio che sapeva di rosso. Gli morsi la lingua dalla rabbia mista alla paura, e lui scoppiò in una risata. Quando riaprii gli occhi, mi guardava con un solito sorriso sghembo, che mi pareva di conoscere troppo bene, ma che mi sbagliavo. La forza vitale mi andava mancando, mentre mi passavo una mano sul collo, boccheggiante. Una mano scura ne uscì portatrice di un messaggio che già sapevo. Lui prese rabbioso il mio polso, e pulì le dita da quel rosso che mi provocava i conati di vomito. -Sei stata la migliore Cal. Non hai deluso le mie aspettative. Il tuo sangue è come ambrosia.- Un tono troppo gentile, mi accompagnò ad una fine triste e passionale. Vampiro.Edited by baudelaire, - 6/2/2009, 15:47 |